Ci si sente quasi in imbarazzo, come lettori, a piombare indiscretamente nella vita di James Sveck, che ci appare da subito talmente realistica e palpitante da sembrare più vera di tutte le vite che incrociamo ogni giorno. Condividiamo con James uno squarcio di eventi che non hanno apparentemente né un inizio, né uno sviluppo, né una fine, una porzione di esistenza che abbraccia, in mezzo a continui flashback, un periodo fra l’aprile e il luglio 2003, che coincide con il passaggio di James dall’età dell’adolescenza a quella della giovinezza. È proprio la sua improvvisa decisione di non iscriversi all’università a funzionare come congegno d’avvio di una trama che rimane comunque soffocata rispetto al continuo contrasto fra la staticità esteriore del personaggio e il suo florido universo di macchinose riflessioni interiori. James è un “disadattato”, un Giovane Holden moderno, che per quanto risulti estraneo alla realtà che lo circonda, non può che apparire del tutto familiare ad un lettore che, entrando in contatto con lui, vede emergere quella parte di sé più intima e recondita, a cui non può che dar nome James. Perciò, per quanto il mondo si adoperi per rendere il nostro lato “James” indesiderato e opportuno, il nostro più grande compito è quello di lasciarlo emergere senza timore, ignorando le folli repressioni che recitano, come perfidi automi: “Un giorno questo dolore ti sarà utile”.
Chiara
