Le mancanze

Il momento storico che stiamo vivendo ci pone di fronte ad una necessità di cambiamento. Da un lato si può parlare di un cambiamento obbligato ed esteriore, dall’altro si può intendere un cambiamento facoltativo e interiore. Il primo riguarda la nostra quotidianità e il nostro stile di vita: mai come ora è successo che così tanti individui di luoghi geografici, culture, estrazioni sociali differenti abbiano dovuto contemporaneamente fronteggiare quella che si può senza dubbio definire una libertà negata. Ci sono state proibite alcune funzioni che appartengono alla specie umana sin dai primordi: il poter vivere socialmente e il potersi muovere all’aria aperta senza barriere spaziali. Siamo costretti oggi ad esistere entro il confine della nostra persona, a non poterci espandere nella relazione con il mondo nel quale viviamo e con le persone che lo popolano. Proviamo a ragionare su quanto è innaturale che l’uomo non percepisca sulla propria pelle l’avvicendarsi delle stagioni. Forse non tutti abbiamo sperimentato questa privazione, perché magari possediamo un vasto e meraviglioso giardino privato che la dea Flora ha attraversato con la sua dolce mano; eppure, non possiamo non pensare a chi vive al quarto piano di un palazzo in centro città, e magari non ha nemmeno il cagnolino da portar fuori a far pipì: quel qualcuno ha perduto qualcosa di inestimabile. Quel qualcuno ha sperimentato una mancanza. Le mancanze popolano le nostre giornate ormai da molte settimane, e ancora le popoleranno, per quanto in modi differenti e, si spera, più clementi. Fa bene, però, soffermarsi a pensare a tali mancanze, dando loro un nome e una forma? Se desideriamo quell’altro tipo di cambiamento, interiore e facoltativo, la risposta è sì. Non c’è motore più efficace al cambiamento che il riconoscimento di una mancanza. Ciò è grandemente testimoniato dai progressi che l’uomo ha compiuto nei più svariati ambiti della scienza e del pensiero: tutto è mosso da vuoti da colmare.

Come tradurre questo nelle nostre vite? Le mancanze, nel presente, si mutano in forme d’arte. Le più grandi opere artistiche e letterarie sono nate da uomini incompleti, che hanno riconosciuto l’essenza dei bisogni e l’hanno tradotta in splendide composizioni. Se Leopardi non avesse percepito (…) questa siepe, che da tanta parte/ dell’ultimo orizzonte il guardo esclude avrebbe mai scritto L’Infinito? Se Picasso non avesse mai avvertito quante sofferenze e deprivazioni la guerra aveva causato, avrebbe mai dipinto un quadro potente quanto Guernica? Traiamone dunque insegnamento, rendendo il nostro presente pari ad un capolavoro. Andiamo tanto a fondo delle nostre mancanze da farle sbocciare sotto forma di ciò che più rappresenta la nostra essenza: creiamo, disfiamo, pensiamo, scriviamo, inventiamo.

Nel futuro, invece, le mancanze producono rinnovamento. Dal nostro presente dipende chi saremo nel futuro. Se lasciamo fruttare le nostre mancanze saremo il sale della terra nuova che ci sarà affidata. Questo può avvenire sia nel piccolo della nostra esistenza che nel grande rapporto con quelle altrui: lo testimoniano i ricercatori medici che, laddove vedono una lacuna nelle conoscenze terapeutiche, non si arrendono finché non l’hanno colmata, producendo rinnovamento per tutti. 

Quali sono gli errori in cui si può incorrere? Da un lato, la negazione della mancanza. Per non soffrire, molto spesso, preferiamo non pensare al vuoto che ci caratterizza, riempiendo le nostre giornate con pensieri che ci distolgano dall’essenza. In questo modo, però, ci lasciamo imprigionare non solo dallo spazio ma anche dal tempo: illudendoci di dilatarlo, rimandando il problema, lo rendiamo invece più tiranno, contraendolo e sprecandolo in qualcosa di secondario. Negare la mancanza significa negare l’arte e il rinnovamento come suoi frutti, e negare dunque la possibilità dell’uomo di ottenere un riscatto. Significa costringersi a vivere nella bestialità e nella banalità, senza concedere un’espansione del desiderio oltre i propri confini d’individuo. (…) Fatti non foste a viver come bruti, /ma per seguir virtute e canoscenza, scrisse Dante.

Il secondo errore è quello di pensare ossessivamente alle nostre mancanze. Questo, al contrario, conduce alla follia e si tramuta dunque in qualcosa di controproducente. Se il primo errore consiste nel non produrre frutto, il secondo consiste nel produrre frutti velenosi, sia per noi stessi che per gli altri.

L’invito rivolto a tutti è quello di cercare, a partire dalle mancanze, di produrre cambiamento, sia nel presente sia per il futuro, in un’ottica contemporaneamente di contingenza e di progettualità. Ciò vale a maggior ragione nel momento difficile che stiamo vivendo, eppure risulta determinante nella realtà di tutti giorni e in ogni fase della nostra vita.

Con i migliori auguri,

Chiara

 

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