Parasite è la pellicola diretta dal regista Bong Joon-ho che ha meritato in maniera indiscussa l’Oscar 2020 come miglior film. Un vera chicca sudcoreana, che spodesta il grande cinema americano con una prova di brillantezza assoluta, capace di condensare con disparati tributi una serie di generi solo apparentemente discordanti: commedia, documentario sociale, thriller. Il regista riesce a mostrarci, come solo il grande maestro Quentin Tarantino era riuscito magistralmente a fare, una tematica cruda e reale, senza però avvincere lo spettatore con le trame del patetico e della commozione, ma piuttosto ricreando una perfetta scena teatrale, in cui i personaggi come fantocci assumono maschere paradossali che impediscono allo spettatore di entrare in empatia. Il regista sembra obbligarci ad elevarci al di sopra di tutto per poter esprimere un giudizio realmente oggettivo di fronte ad alcune antitesi scottanti: ricchezza e povertà, vittime e sfruttatori, bestialità e umanità; il tutto condito dallo sfondo di una Seoul contemporanea in cui i cellulari, simbolo di modernità, divengono armi per minacciare, e invece la salvezza risiede in un apparentemente vetusto codice Morse.
A fare da fil rouge ad una vicenda che si dipana secondo le note di un climax ascendente, sino all’apice che travolge, sconvolge e diverte in maniera quasi delirante, conducendo poi ad una sorta di calma piatta sul finale, c’è un oggetto simbolico: una pietra. Essa nasce come opera d’arte, anche se spesso viene utilizzata come strumento d’offesa, e funge da ultimo baluardo di umanità per chi, da uomo, ogni giorno sceglie (o viene costretto dalle circostanze, e qui sta lo spazio d’interpretazione dello spettatore) di essere bestia. “E’ perché sono ricchi che sono gentili. Se fossi ricca sarei gentile anch’io”, dice Chung-Sook. Forse non c’è nulla di più vero: i poveri competono ogni giorno per riempire la pancia, e questo comporta per loro la perdita di quella quota di umanità che invece i ricchi coltivano anche grazie all’educazione. Non si tratta di una congettura, ma di una realtà confermata anche dagli studi di Abraham Maslow sui bisogni primari, di mancanza, e i bisogni secondari, raggiungibili solo quando i primari vengono saziati. E’ molto interessante notare, perciò, che al momento del picco narrativo, in cui a dominare sono il panico e l’istinto di sopravvivenza, non emerge più alcuna differenza e tutti si mostrano privi di sovrastrutture di umanità, compresi i ricchi: nel gesto scombinato e plateale del signor Park che si tappa il naso, infatti, sono racchiusi profondi significati.
Infine, ci si chiede chi siano i veri parassiti. Certamente la famiglia Kim, costantemente associata tramite efficacissime scelte registiche, d’inquadratura e sceneggiatura ad una colonia d’insetti approfittatori. Ovviamente i poveri in generale, che vivono in sudici bunker, scantinati e seminterrati alle spese di chi può anche solo permettersi una connessione Internet. Non da ultimo, però, anche i ricchi. In effetti, guardando il mondo con una visione d’insieme, sono proprio loro i veri parassiti dell’umanità: non è forse vero che 426 miliardi di dollari di ricchezza, la metà di quella di tutto il globo, sono divisi tra sole otto persone?
Chiara
