Normal People

“Normal People” è la serie tv prodotta da BBC tratta dall’omonimo romanzo di Sally Rooney, successo letterario sin dalla prima pubblicazione nell’agosto 2018. La serie si compone di dodici puntate da circa mezz’ora ciascuna: una durata perfetta, a mio parere, per far sì che l’atmosfera distesa e sospesa che permea dialoghi e scene non si tramuti in una bolla di noia per lo spettatore.

La vicenda, collocabile temporalmente ai nostri giorni, è ambientata in Irlanda, inizialmente vicino Sligo e poi a Dublino. Il primo luogo si configura come lo sfondo degli anni liceali di Connell e Marianne, i due giovani protagonisti della storia: per Marianne sono anni di insicurezza ed esclusione sociale, freddi e dispersivi come le brulle e uggiose campagne irlandesi, per Connell invece sono gli anni delle amicizie e dei successi sportivi e scolastici. A Dublino, invece, apparentemente la situazione si ribalta: il passaggio all’università si rivela da un lato il riscatto per Marianne, e dall’altro la consapevolezza del distacco dalle proprie certezze per Connell. In realtà, i fantasmi del passato non tardano a presentarsi sotto forma di ossessioni, depressione, perdite e abusi, che coinvolgono sfere familiari, di amicizie e di rapporti di coppia.

Connell e Marianne sono due anime nate per non poter fare a meno l’una dell’altra, ma allo stesso tempo per inseguirsi e non raggiungersi mai davvero. Le incomprensioni e le vicende della vita li costringono a vivere una danza circolare fra il perdersi e il ritrovarsi, che continua sino alle ultime scene che li vedono insieme.

Ciò che coinvolge moltissimo lo spettatore, che costituisce anche il pregio di questa serie, è l’estrema naturalezza con la quale i due attori impersonano questi ragazzi alle prese con le delicate dinamiche che coinvolgono il passaggio dall’adolescenza alla giovinezza. I dialoghi sono intimi, sommessi, costituiti da giochi di sguardi e detti-non detti; i gesti sono pregni di una rarissima delicatezza, e mostrano un’intesa molto particolare. Le scene d’intimità fra i due protagonisti, per le quali la produzione ha curiosamente assunto una professionista chiamata “intimacy coordinator”, sono curate in ogni dettaglio: probabilmente le migliori che io abbia mai visto in ambito cinematografico.

“Per me non è ovvio quello che vuoi”, dice Marianne a Connell verso l’epilogo della vicenda (che peraltro non si configura come tale, ma piuttosto quasi come un finale aperto), e con queste parole sancisce il nucleo dell’incomprensione che da sempre aleggia in maniera reciproca nella coppia: l’incapacità di esternare ciò che si desidera e di comprendere ciò che l’altro desidera. La relazione si configura come un monito per lo spettatore a non incorrere nei loro stessi errori, ma allo stesso tempo come un dolce richiamo a quel concetto di “anima gemella”, d’intesa che trascende ogni razionalità, di filo rosso invisibile che lega due persone in maniera quasi sovrumana.

E’ dunque praticamente impossibile non calarsi dentro azioni, pensieri, parole e sentimenti di questi meravigliosi e sfaccettatissimi personaggi, che altro non sono che “persone normali” capaci però di rimanere nel cuore come figure di ciò che siamo o non siamo stati e di ciò che vorremmo o non vorremmo essere.

Chiara

Un pensiero riguardo “Normal People

Lascia un commento