“La lettera scarlatta” di Nathaniel Hawthorne

La lettera scarlatta, pubblicata nel 1850, narra una storia ambientata nelle colonie puritane: una giovane madre viene condannata a portare per sempre una vermiglia lettera “A” di adultera cucita sul petto. Insieme a lei e a sua figlia, altri due personaggi emergono sulla scena: il medico Chillingworth e il reverendo Dimmesdale. Un legame indissolubile lega questi quattro personaggi, e piano piano un filo si dipana durante la narrazione, sciogliendo gli intrighi e creando nuove luci attraverso le quali rileggere la vicenda.

La lettera scarlatta è sicuramente un grande classico ma, chissà perché, nel mare dei romanzi che hanno fatto la storia, questo si trova sempre un po’ messo all’angolo, poco considerato. Ho trovato questo volume fra i numerosi della bellissima collezione Fabbri Editore ereditata da mio nonno: avevo voglia di dedicarmi ad un classico che non fosse troppo lungo e impegnativo. Dopo aver letto la prima decina di pagine, però, ho dovuto ricredermi.

Ahimè, il romanzo è preceduto da una noiosissima introduzione che nulla ha a che fare con la narrazione vera e propria. Si tratta di un espediente letterario con il quale l’autore, riconoscendosi in un impiegato di un ufficio doganale, racconta di essersi imbattuto in alcuni documenti che gli permettono di ricostruire la storia della protagonista del romanzo, Hester Prynne. Peccato però che questa parte finisce per dilungarsi inutilmente in contenuti poco interessanti e in virtuosismi stilistici assai ridondanti.

Superato questo scoglio, però, si apre finalmente il romanzo, che per fortuna nulla ha a che fare con l’introduzione, e che si presenta invece come una chicca di rara bellezza. Lo stile esibisce una cura particolare: sebbene possa apparire talvolta ostico, riesce a indagare molto profondamente i moti dell’animo umano. Vediamo emergere ingiustizia, passione, vendetta, dolore, rimorso, in modo assai realistico eppure in qualche maniera quasi sospeso.

Questo senso d’indeterminatezza è conferito da una dimensione di leggenda, in cui l’irreale convive eccezionalmente con la quotidianità: una donna del paese, ad esempio, è in realtà una strega che cerca di raccogliere adepti per i suoi strani rituali; Pearl, la piccola bimba della protagonista, appare come una creatura non del tutto umana, e viene spesso paragonata ad un folletto. Interessante, inoltre, è il significato simbolico associato al luogo della foresta: è lo spazio “altro”, dove si può uscire da sé stessi e dall’immagine che si mostra in pubblico, per riprendere un contatto con la natura che può rivelarsi salvifico o, in altri casi, portare alla perdizione. In questo luogo si svolge l’incontro denso di emozione fra Hester e il reverendo: l’autore propone pagine di particolare intensità per rendere tanto potente il legame fra questi due personaggi.

Infine, vorrei proporre un’ultima riflessione sul tema della colpa, che è centrale in questo romanzo. Hester, convivendo apertamente con il proprio peccato, lo rende parte di sé, esorcizzandolo e legandolo inscindibilmente alla sua pubblica immagine: in questo modo riesce comunque a vivere, sebbene porti dentro di sé le sembianze della donna libera, con i capelli sciolti al vento e non costretti nell’austera cuffia puritana, che non possono però essere mostrate al mondo. Il reverendo, invece, al contrario, mostra un’immagine di sé candida, pura e perfetta, pur portando dentro di sé un’enorme colpa; questo comporta un dolore tanto grande da risultargli, infine, fatale. Queste due facce della stessa medaglia portano il lettore a riflettere profondamente intorno alle parole: “In verità, come io ho cercato di mostrargli, l’onta risiede nella consumazione del peccato, non nella sua confessione”, e conducono a risvolti narrativi particolarmente interessanti.

Sperando di avervi incuriosito, vi auguro buona lettura!

Chiara

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