Non so voi, ma io ogni volta che guardo un film, mentre scorrono i titoli di coda, apro Google e comincio a leggere tutte le curiosità sulla pellicola: attori, premi, regia, anno di uscita, gradimento da parte del pubblico, e così via. Non lo faccio quasi mai prima di guardarlo, perché voglio evitarmi spoiler o influenze di qualunque genere. Beh, questo film è stata la prova che la mia strategia d’azione è quella vincente: se avessi guardato l’indice di gradimento proposto da Google per questo film, probabilmente non gli avrei dato alcuna possibilità. “Percentuale di utenti a cui è piaciuto questo film: 6%”. Impossibile: tendenzialmente la peggior spazzatura almeno ad un onesto 30% riesce ad arrivare indisturbata!
Eppure, se mi trovo qui a scriverne un articolo, significa che “Mignonnes” è un film che merita, ve lo posso assicurare.
La pellicola, uscita nel gennaio 2020, ha ottenuto due importanti riconoscimenti; una volta sbarcata su Netflix, però, è divenuta protagonista di accese polemiche, tanto da far perdere diversi miliardi di dollari in borsa alla nota piattaforma.
Ciò che risulta scandaloso agli occhi degli spettatori, infatti, è il tema toccato dall’accorta e lungimirante regista Maimouna Doucouré, o meglio, il modo in cui questo tema viene trattato. Il film-denuncia, infatti, mette in luce i tratti più scomodi dell’era TikTok, ovvero l’approdare su piattaforme social di ragazzine sempre più piccole, che conduce ad un’esposizione precoce delle stesse (sia come fruitrici che come creatrici) a certi tipi di contenuti ai quali, volenti o nolenti, noi abbiamo oramai fatto l’abitudine. Questi contenuti, in particolare, vogliono la sensualizzazione estremizzata del corpo della donna; nulla di strano, direte, sino a che però questo non si traduce in twerk, strusciate e ammiccate da parte di ragazzine di 12 anni. Ciò che però davvero dovrebbe scandalizzare è che probabilmente qualcuno non trova nulla di strano neppure in questa cosa.
Invece che realizzare questo, però, qualcuno ha pensato bene di denunciare il film per incitamento alla pedopornografia, quando in realtà le immagini volutamente spinte (se così le si vuole chiamare) nascono col puro intento di suscitare nello spettatore un senso di straniamento, sconvolgimento, turbamento, che lo porti ad interrogarsi sul fatto che tutto ciò che viene mostrato è reale, accade veramente, e neanche troppo lontano da noi, anzi, magari sotto il nostro stesso tetto. Credo fermamente che chi trova qualcosa di attraente, e non solo qualcosa di inquietante, in queste scene abbia da interrogarsi sia sulle proprie percezioni che su quelle che la regista mirava realmente a suscitare.
Ciò che veramente mi è piaciuto in questo film è il duplice livello di analisi sociale: non solo la denuncia del fenomeno sopracitato, ma anche un’accurata attenzione ai piani culturali che si scontrano nella persona di Amy, che muove i primi passi nel mondo delle scuole medie e, quindi, della preadolescenza. Amy, infatti, è di cultura islamica, e molte e toccanti sono le scene nelle quali emergono pratiche religiose o valori fondanti di questa realtà, così diversa da quella nella quale la ragazzina vorrebbe entrare a far parte a scuola. Gli incontri-scontri con i diversi membri della sua famiglia sono mostrati con enorme sensibilità e, in generale, tutti i personaggi manifestano tratti di grande realismo e spiccata unicità.
Credo che questo film debba essere visto da chiunque miri nella propria vita a svolgere un ruolo educativo, come genitore, insegnante, ma non solo. Non penso sia corretto paragonare tutti i preadolescenti che conosciamo ad Amy (o alle sue amiche) che, sfortunatamente, a differenza di molti ragazzi ben più protetti, ha alle proprie spalle situazioni davvero difficili. Penso però, allo stesso tempo, che ci sia un po’ di Amy in ciascuno di loro, e anche in ciascuno di noi, se osiamo ripercorrere il nostro passato.
Chiara
