“L’uccello che girava le viti del mondo” di Haruki Murakami

Non c’è settimana migliore per leggere un articolo su Murakami di quella in cui il Corriere ha lanciato una collana di romanzi giapponesi, che si apre proprio con l’ultimo libro del famosissimo autore nipponico, “L’assassinio del commendatore”. Da saltuaria frequentatrice di letteratura asiatica (amo Murakami tanto quanto non sopporto Banana Yoshimoto), consiglio comunque di dare un’occhiata al programma delle uscite e, perché no, di approfittare della prima.

Non ho ancora letto “L’assassinio del commendatore”, e nemmeno i celeberrimi “Kafka sulla spiaggia” e “Dance dance dance”, ma sento comunque di poter dire che Murakami sia un autore cui è necessario approcciarsi se si desidera un’esperienza di lettura avvolgente e indimenticabile.

Si può senza dubbio dire che, terminato un suo romanzo, sorga insaziabile la voglia di cominciarne un altro, per colmare una sorta di crisi di astinenza. Per me “Abbandonare un gatto”, racconto autobiografico illustrato sulla figura del padre, è servito per riempire il vuoto dato da “L’uccello che girava le viti del mondo”, romanzo che, paradossalmente, nonostante le sue 832 pagine, è servito a superare un periodo di blocco del lettore (contravvenendo ad ogni regola del “leggi qualcosa di breve e ti passerà”).

Con queste premesse, è facile intuire che la mole del romanzo non costituisca affatto un freno. A compensarla interviene il magistrale stile di scrittura di Murakami, capace di fondere (in un modo che non saprei assolutamente spiegare a parole) crudezza e delicatezza con una prosa scorrevole e per nulla stancante. Ciò che però, a mio parere, può risultare faticoso, è il contenuto del romanzo. Murakami, infatti, facendo costantemente convergere realtà e dimensione onirica, costruisce un’impalcatura narrativa a tratti complessa, con continui inserimenti di flashback, sogni lucidi e corrispondenze epistolari che distraggono dal filone di trama principale.

Non che questo filone risulti immediatamente comprensibile, anzi. Mentirei se dicessi di aver capito come e perché la moglie del protagonista misteriosamente scompaia, trascinando con sé ogni parvenza di normalità e trasportando improvvisamente il marito in un mondo in cui si affacciano personaggi inquietanti e accadono fatti inspiegabili. Chiusa l’ultima pagina del libro, i dubbi non si chiariscono, ma quella che rimane viva è la sensazione di aver letto qualcosa di unico, capace di contenere un aspetto di peculiarità impossibile da ritrovare in altri romanzi.

In ogni caso, consiglio di avvicinarsi all’autore partendo da un altro suo libro, più accessibile: “Norwegian wood”. Lieve e struggente, è stato il romanzo che mi ha avvicinato a Murakami e che ancora oggi annovero senza alcun dubbio fra i più belli mai letti.

Chiara

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