Happy Old Year è il primo di una serie di film che mi sono ripromessa di guardare con il fine di poter dire che non uso Netflix solo una volta ogni tanto, giusto per guardare l’ultima serie del momento, ma anche per provare a costruirmi una semplice cultura cinematografica con qualche interessante pellicola di nicchia. Per raggiungere lo scopo, mi sono rivolta ai fidati consigli di Matteo Fumagalli, famoso YouTuber bibliofilo, che ha recentemente pubblicato anche qualche video a tema cinema (l’ultimo, se volete approfondire, lo trovate qui).
Happy Old Year è un film lentissimo, poco scorrevole e a tratti parecchio pesante. Mi è piaciuto, nonostante ciò? Sì, nel complesso credo di sì. Il mio consiglio, comunque, è quello di approcciarvisi con l’idea che non ci saranno grandi avvenimenti o colpi di scena, quanto più la semplice e costante proposizione di fatti di vita quotidiana, dialoghi, scambi e, soprattutto, emozioni che emergono in maniera tanto realistica da risultare quasi eccessiva.
Il genere del film, uscito nel 2019, è drammatico/sentimentale; su Netflix lo si trova solamente in lingua originale (thailandese) con i sottotitoli e questo, a mio parere, è un suo punto di forza, nonostante, ovviamente, di primo impatto una lingua per noi così incomprensibile crei una distanza con lo spettatore. Questo divario viene poi colmato dal modo in cui gli attori mettono in scena emozioni umanamente comuni a tutti: il rimpianto, il senso della perdita, la frustrazione, l’incomprensione.
La storia narra di Jean, giovane ragazza studiosa di architettura intenzionata ad abbracciare lo stile minimalista liberandosi di tutto ciò che di superfluo si trova in casa sua. Se, inizialmente, tutto le appare inutile e meritevole di essere imbustato in uno delle decine di sacchi della spazzatura che si è procurata, sono poi una serie di incontri e di circostanze a farla scontrare con la realtà, cioè con la consapevolezza che gli oggetti non sono solamente sterili ammassi di materia inanimata, ma anche e soprattutto contenitori di ricordi, capaci di rappresentare e incarnare momenti, persone e legami.
I due oggetti che fanno da protagonisti sono il pianoforte, che richiama l’assenza della figura paterna (con la quale vi è un rapporto travagliato e doloroso) e apre a numerosi confronti con la madre (uno dei quali raccolto in una scena assai drammatica e densa di emotività), e la macchina fotografica dell’ex fidanzato, che funge da pretesto per un incontro e innesca una serie di rimandi fra passato, presente, gioia, dolore, rimorso e perdono.
Tre sono gli aspetti che mi hanno colpito di questo film: il primo è che tutte le scene hanno una palette cromatica fredda e desaturata, che accentua la tristezza che permea la trama. Il secondo, legato al primo, è che non c’è nemmeno un momento in cui gli attori sorridono: le espressioni sono costantemente drammatiche e sommesse e gli unici sorrisi che si vedono sono quelli che appaiono nelle fotografie, a evidenziare che la felicità apparteneva a un passato ormai trascorso. Infine, il terzo aspetto interessante è la colonna sonora: in alcune scene a fare da sottofondo ci sono solamente brevi e sporadiche note suonate da uno strumento a fiato cupo e disturbante, che genera un senso di inquietante spaesamento nello spettatore.
Infine, concludo consigliando questo film a chi desidera scoprire un esempio di cinema di nicchia veramente toccante, profondo e delicato, apprezzando stili cinematografici lontani da quelli a cui si è più abituati.
Chiara
