Ormai già tanto si è detto intorno al nuovo film di Wes Anderson, e sia sui social che sulla rete le recensioni non mancano. Anche noi, però, in questo mare di recensioni ci teniamo a dire la nostra, premettendo che non si discosta troppo dall’opinione comune.
The French Dispatch, visto al cinema due settimane dopo la data di uscita ufficiale, in una saletta striminzita con una decina di spettatori al massimo, è proprio il film che mi aspettavo di trovare. Senza nulla aggiungere a ciò che in molti hanno già detto, si tratta della regia di Wes Anderson all’ennesima potenza, sin dalle prime scene: inquadrature visivamente appaganti, simmetrie, giochi di incastri, e una palette di colori unica nel suo genere. Insomma, la scenografia e la fotografia sono le protagoniste indiscusse. In tutto ciò, la trama finisce decisamente in secondo piano, così come i dialoghi che risultano, a mio parere, fin troppo costruiti e difficili da seguire. Detto ciò, lo confesso: ad un certo punto mi sono pure addormentata (per soli cinque minuti, comunque). Ma non perché il film fosse noioso o spiacevole, anzi. Piuttosto per il fatto che la struttura fin troppo prevedibile della pellicola, insieme all’artificiosità degli scambi di battute, ha reso il tutto troppo gravoso da sostenere di sera, al termine di una settimana di lavoro. Quindi, ecco il mio consiglio: se potete, guardatelo di giorno, o almeno quando siete riposati.
Ho parlato di struttura della pellicola non a caso. Questo film, infatti, non racconta un’unica vicenda, ma si struttura come una serie di racconti (o meglio, di articoli) distinti, prevedendo come cornice quella della rivista immaginaria intitolata proprio “The French Dispatch”. Curiosando su Internet, ho scoperto che il regista si è ispirato alla rivista The New Yorker, al suo stile narrativo e alle sue copertine eccentriche, due caratteristiche che si ritrovano anche nel The French Dispatch. Quattro sono gli articoli, e quindi le storie, che vengono raccontati nel film: le trame paiono semplici, ma la complessità dei dialoghi e l’intricatezza delle scene rendono la comprensione a tratti veramente difficoltosa.
Fra queste narrazioni, quella che più mi ha coinvolta è quella che racconta di un artista di talento racchiuso fra le mura della cella di una prigione psichiatrica e della sua musa, nonché poliziotta di guardia della struttura penitenziale. Un’ulteriore nota di merito va anche all’appassionante vicenda di una rivolta studentesca, capitanata da un ragazzo, Zeffirelli, magistralmente interpretato da Timothée Chalamet. Quest’ultimo non è l’unico grande attore che appare sulla scena, anzi. Si può senza dubbio constatare che il cast è uno dei punti di forza del film di Wes Anderson che, oltre a famosissimi interpreti (fra cui Tilda Swinton, Bill Murray, Saoirse Ronan, Elizabeth Moss e Owen Wilson, alcuni dei quali presenti anche solo per pochissimi minuti!), mette in scena una quantità di personaggi e comparse che pare illimitato.
Un ultimo aspetto che mi pare degno di nota è il fatto che si alternano (apparentemente senza una logica) scene in bianco e nero e scene a colori, fino a lasciare spazio, ad un certo punto, ad alcune parti letteralmente disegnate a mo’ di fumetto. Tutto ciò, a mio parere, incrementa l’imprevedibilità e la stravaganza della pellicola, le quali risultano comunque bilanciate dalla rigidezza dell’impalcatura narrativa e dall’equilibrio dei singoli frames fotografici.
Insomma, The French Dispatch è sicuramente un film da vedere, se non altro per la sua ineccepibile peculiarità.
Chiara

Rieccomi! A proposito di film molto originali, l’hai visto “Edward mani di forbice”?
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No, mi manca! Recupererò assolutamente, anche perché è un film parecchio famoso!
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Recupera anche quest’altro film, ha dei personaggi femminili davvero indimenticabili: https://wwayne.wordpress.com/2020/11/01/bella-e-maledetta-2/. Grazie per la risposta! 🙂
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