“L’acqua del lago non è mai dolce” di Giulia Caminito

Mi sono avvicinata a questa lettura perché completamente rapita da tutte le recensioni positive sentite su questo romanzo, finito nella cinquina del Premio Strega 2021 e poi conquistatosi il premio Campiello nello stesso anno, ma anche perché incuriosita dalla persona di Giulia, classe 1988, giovanissima e talentuosa scrittrice laureata in filosofia politica.

A fine lettura, non posso dire con assoluta certezza che il romanzo mi sia piaciuto: l’ho trovato a tratti un po’ troppo costruito, sia a livello di contenuti che di forma narrativa. Gli eventi raccontati mi sono sembrati talvolta troppo, senza una precisa motivazione, ma con quella sola sensazione di quando stai leggendo, ti blocchi e pensi: “Ma qui c’è qualcosa che stride, che la scrittrice ci abbia forse troppo preso la mano?”. Allo stesso modo anche la prosa a volta mi è parsa esageratamente calcata nelle sue peculiarità, che sostanzialmente sono l’uso del discorso indiretto libero, del flusso di coscienza, delle frasi paratattiche, dei lunghi elenchi e della punteggiatura debole.

Sicuramente la motivazione che sta dietro ad una determinata scelta di forma narrativa sta nel creare una corrispondenza verosimile fra il narratore e i suoi pensieri: chi racconta la storia, infatti, è Gaia, una protagonista che ha poco dell’eroina e che il lettore accompagna attraverso le vicissitudini di una bambina, preadolescente, adolescente e giovane donna degli anni 2000. Questo libro è un po’ come se fosse la raccolta dei suoi pensieri, che per questo motivo appaiono talvolta sconnessi o esageratamente incalzanti, tanto che la lettura scorre come un fiume in piena, frenetica, senza tregua.

Gaia appare quasi come una figura bidimensionale: mi sono spiegata questa scelta narrativa con il fatto che l’autrice volesse far intendere che negli anni della preadolescenza si può vantare ben poco di una personalità definita. Devo ammettere che, infatti, in molti aspetti mi sono riconosciuta nella protagonista a quest’età: il desiderio di compiacere gli altri, il pensiero che va solamente alle cotte estive e alle cose materiali, la poca sensibilità verso il mondo circostante; in tanti momenti la lettura mi è parsa un revival di quel periodo e non posso garantire che sia stato piacevole. Ciò che però mi ha seriamente turbata è il fatto che la protagonista non compie assolutamente alcun passo di crescita o miglioramento, nemmeno una volta approdata alla vita universitaria: rimane asettica e sprezzante, atteggiandosi a vittima del sistema per giustificare i suoi comportamenti di violenza e disinteresse. In questo senso, “L’acqua del lago non è mai dolce” appare quasi come un romanzo di antiformazione.

A mio parere, il lettore è sollecitato a manifestare una presa di posizione in merito: Gaia è vittima o carnefice? Si possono giustificare la sua personalità e le sue azioni facendo riferimento alla sua storia di figlia povera, senza agi, con una madre rigida e un padre invalido? Sicuramente, gli spunti di riflessione non mancano.

Un altro aspetto molto interessante è il titolo del romanzo: il lago cui si fa riferimento è quello di Bracciano, che fa da sfondo alla crescita di Gaia, alle sue relazione e a molti episodi della sua vita. A tratti, il lago viene detto “dolce”, quando in particolare è luogo di avvenimenti positivi; perlopiù, però, “non è mai dolce”, perché la visione della protagonista sulla vita, in parte motivata da eventi negativi, rimane cupa, oscura, tanto da meritare un mai perentorio e categorico scritto in corsivo sul titolo in copertina.

L’ultimo appunto riguarda l’episodio che ho più apprezzato durante la lettura: senza fare spoiler, ad un certo punto si narra del giorno di Natale a casa della famiglia di Gaia. A mio parere, la disfunzionalità dei rapporti è resa in maniera magistrale dalla scrittrice, che incastra dialoghi, pensieri e azioni da parte di persone che stanno nello stesso luogo ma non comunicano per davvero: ognuno sostiene la sua causa, c’è chi litiga, chi agita pandori con lo zucchero a velo, chi chiede se può avanzare le patate nel piatto e chi tace smarrito. E’ un quadro tragicomico che, da lettrice, posso dire di aver realmente apprezzato.

Insomma, a “L’acqua del lago non è mai dolce” affido 3 stelline su 5: senza infamia e senza lode. Credo però che, se questa recensione vi ha incuriositi, non faccia male avvicinarsi alla lettura di un romanzo italiano scritto da una giovane donna che si è conquistata l’ambito Premio Campiello.

Insomma, buona lettura.

Chiara

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