
Come per la maggior parte dei libri che leggo, anche per “La canzone di Achille” mi sono fatta travolgere dal successo editoriale e dalle miriadi di recensioni lette in rete. Se non fosse per la fama che il libro porta con sé, infatti, non credo mi sarei mai approcciata a una riscrittura dell’Iliade, della quale conservo solo qualche vago ricordo da ex liceale.
Della quarta di copertina, mi ha incuriosito soprattutto il rimando alla centralità della relazione fra Achille e Patroclo: mi sono chiesta se una rilettura della vicenda incentrata sul legame fra i personaggi più che sulle sequenze belliche (come invece si era visto, ad esempio, nel film Troy, grande cult e unica rivisitazione dell’opera che avevo avuto modo di avvicinare sino ad ora) non fosse una scelta vincente.
Ecco, a lettura conclusa non posso che confermare quest’idea iniziale: effettivamente, il focus della narrazione sulla relazione fra Achille e Patroclo è stato l’unica cosa che me l’ha resa veramente cara, sin dal primo momento, nonostante le pecche di questo libro che, a mio parere, sono tante.
Prima fra tutte l’estrema linearità della prosa: ho trovato il linguaggio banale, piatto poco caratterizzato, privo di peculiarità. Immagino che sia proprio la semplicità della lingua scritta a rendere questo libro così fruibile per un ampio pubblico: non necessita, infatti, di particolare impegno cognitivo, e lascia spazio più alle immagini vivide e rapide che ai lunghi periodi. Il secondo aspetto che ho trovato stridente è il ritmo narrativo incostante: trovo che a tratti la storia proceda in maniera troppo sbrigativa o troppo rallentata (il tutto in maniera immotivata, non sostenuta dai contenuti più o meno incalzanti), e che ciò crei fastidio nel lettore. Il terzo aspetto poco convincente è rappresentato dalle dubbie connessioni logiche tra eventi: a volte, durante la lettura, ho avuto la percezione che alcune sequenze narrative non avessero senso, o perché esposte male o perché non adeguatamente introdotte da eventi preliminari. Insomma, spesso mi sorprendevo a pensare: “Ma cosa sto leggendo? Ma perché? Tutto questo non ha assolutamente senso.”
Bene, ora che pare che io abbia demolito in toto questo romanzo, posso finalmente dire che… in realtà mi è proprio piaciuto. Ebbene sì. Vi svelo il fatto che, pur essendo io una persona sempre scarsamente coinvolta dal punto di vista emotivo sia dai libri che dai film (ho versato una lacrimuccia solo per Titanic quando avevo quattordici anni, poi basta; nemmeno guardando Un ponte per Terabithia alle elementari con tutti i miei amichetti stravolti dal dolore mi ero scomposta di un millimetro), alla morte di Patroclo ho pianto per davvero. Evidentemente, la narrazione così scorrevole lascia grande spazio a quelle componenti emotive che in letture più impegnative rimangono sommerse sotto lo sforzo cognitivo e che in letture troppo frivole non vengono attivate per lo scarso potere dei contenuti. L’Iliade, invece, per quanto riscritta e rielaborata, è una storia carica di emozioni, nella quale la guerra, se ben narrata come sfondo di personaggi complessi, intrecciati fra loro da legami profondi costruitisi precedentemente al conflitto, rende i contenuti autenticamente capaci di coinvolgere il lettore.
Devo ammettere che, comunque, questo profondo coinvolgimento mi è sorto solamente a partire dalla seconda parte del romanzo: la prima l’ho trovata molto più insipida, per quanto utile a narrare la nascita del rapporto fra Achille e Patroclo. I due personaggi, infatti, vengono raccontati dall’infanzia sino all’età adulta, nella loro crescita personale e di coppia, e nel rapporto con altre figure importanti: Teti e Briseide, solo per citarne un paio. La seconda parte, invece, è un vero capolavoro: incalzante, avvolgente, commovente. E’ un peccato che, però, si concluda troppo presto, con pagine finali indegne e sbrigative; il ricordo, però, dell’emozionantissima battaglia di Patroclo nell’armatura di Achille, della dicotomia tensione-attrazione nell’ultima fase di sviluppo del rapporto fra i due, della tangibilità della persona di Patroclo (che per il lettore appare quasi come un amico d’infanzia), perdura per molto tempo, anche a lettura conclusa, e lascia solo apparentemente appagati.
Insomma, “La canzone di Achille” è un libro che consiglio. Consiglio però, allo stesso modo, di approcciarsi ad esso con le giuste aspettative (non troppo alte, quindi), consapevoli dei suoi limiti ma anche (e soprattutto) aperti a lasciarsi sorprendere.
Chiara
