
Questo libro, nella sua edizione tascabile edita Feltrinelli, si trovava da tempo immemore nella mia libreria; è stata indispensabile, però, la partecipazione ad un gruppo di lettura per convincermi ad aprirlo. Sono sempre stata frenata, infatti, dalla cupezza dell’argomento e dall’apparenza ostica della prosa, aspetti considerabili ma pur sempre vinti dalla genialità complessiva dell’opera.
Saramago immagina, in un’epoca e in un luogo indefiniti, che una misteriosa pandemia di cecità colpisca, a una a una, tutte le persone, esclusa una. Attraverso lo sguardo di quest’ultima il lettore assiste gradualmente al declino dell’umanità, che appare sempre più inesorabile.
Il romanzo appare diviso in due parti ben distinte. La prima, ambientata in un manicomio adibito a centro di raccolta per i contagiati, si rivela claustrofobica e pessimistica; la seconda, situata in città, vede i personaggi inseriti in un dinamismo speranzoso, nel quale la riduzione dell’uomo al suo stato di bestialità primordiale è compensato da alcune parentesi di fiducia, una delle quali rappresentata simbolicamente dal ruolo della letteratura come ultimo baluardo di umanità. Personalmente, ho trovato questa seconda parte molto più interessante e stimolante: rispetto alla prima, più filosofica, quest’ultima appare invece più sentimentale e procede con maggior scorrevolezza.
Leggendo il romanzo, si ha come l’impressione che Saramago non abbia voluto puntare al realismo, quanto più alla costruzione di un set immaginario in cui una generica società viene messa alla prova e osservata nella sua intrinseca fragilità. La vista sembra essere l’unico mezzo di controllo degli uomini su altri uomini, motivo per cui, venuta meno, si ingenera una confusione generale, nonché una regressione ancestrale. Addirittura, coloro che mostrano di essere più potenti o più organizzati risultano per avere la meglio, e basta anche solo il possesso di una pistola o di un paio di forbici per creare giochi di potere inaspettati.
L’intera storia appare come un’allegoria, tanto che il lettore sembra chiamato ad attribuire significati a tutti gli eventi narrati che, molto spesso, appaiono come scene estemporanee inserite in gradevoli quadretti narrativi. Specialmente nella seconda parte, è commovente la scena delle donne che, sporche e assetate, si lavano sotto la pioggia scrosciante, ed è impressionante (e secondo me difficilmente cancellabile, una volta impressa nella memoria) il momento in cui la protagonista si imbatte nel tremendo fascino dei fuochi fatui.
Ad avvalorare l’idea della mancanza di realismo e della ricerca allegorica rientra la genericità dei personaggi: oltre a non avere un nome, sembrano quasi dei burattini, individuati da una caratteristica perennemente ripetuta (ad esempio, “la ragazza con gli occhiali” o “il vecchio con la benda”) e totalmente privi di storia e personalità. La fatica a stabilire quante e chi siano le persone che accompagnano la protagonista è resa ancor più ardua dalla particolarità dei discorsi diretti. Inseriti nel flusso continuo della narrazione e separati solamente da virgole, tanto che risulta impossibile capire chi stia parlando, sembrano sfidare il lettore, quasi rendendolo cieco. Lo stesso effetto è realizzato dalla paragrafatura inesistente e dalla conseguente densità di testo nella pagina.
A mio avviso, “Cecità” è una lettura unica nel suo genere, ricca di spunti di riflessione e sicuramente perfetta per un club di lettura. Sono pochi e passabili i punti di debolezza, riconducibili all’estemporaneità di alcune sviolinate moralistiche (del tipo “Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che pur vedendo, non vedono”, frase riportata sul retro della copertina) e ad alcune debolezze della trama (Come e da dove arriva la cecità? Come fanno ad instaurarsi così all’improvviso i giochi di potere fra l’esercito e i contagiati?), mentre sono tanti gli aspetti che lo rendono geniale, prima fra tutte l’efficacia della prosa volta ad avvalorare un contenuto ostico quanto profondo.
Chiara
