
Chi non ha ancora mai sentito parlare del nuovo romanzo di Ammaniti? Probabilmente nessuno. Fra social, televisione, eventi e interviste, La vita intima è il titolo letterario che più risuona nella nostra quotidianità da un mese e mezzo a questa parte.
Io l’ho letto un po’ per caso, a fine gennaio, pur non essendo una persona che si fionda a capofitto sulle nuove uscite ultra pubblicizzate. Ciò che mi aveva incuriosita era più che altro la ben nutrita fan base dell’autore, che riponeva nei suoi confronti una fiducia cieca e totale: “Ammaniti è Ammaniti: anche questo romanzo non può che essere un capolavoro”. Completamente digiuna da qualsiasi opera di questo autore, ho deciso quindi di affidarmi alla Vita intima per farmi un’idea sul suo stile e sulla sua rinomata bravura.
La vita intima racconta, in modo piuttosto caricaturale e dissacrante, di una settimana di vita di Maria Cristina Palma, moglie del Presidente del Consiglio. Mettendo in scena gli aspetti più ambivalenti e ridicoli della società odierna e dei suoi membri più autorevoli e influenti, Ammaniti attraversa i meandri più profondi della psiche di una donna che da sempre ha dovuto fare i conti con una maledizione improbabile: la bellezza.
Fin dall’inizio sembra di conoscere la protagonista solo attraverso il giudizio che di lei danno altre persone, che la definiscono (e sin da piccola l’hanno sempre definita), bella fuori ma arida dentro, nonché estremamente abile ad attrarre a sé infinite sfortune, prima fra tutte la morte di molti suoi cari. Lo straniamento di avere a che fare con un personaggio che si definisce solo tramite gli occhi degli altri invade il lettore per tutto il romanzo, tanto che non gli permette di affezionarsi a Maria Cristina, né tantomeno di empatizzare completamente con lei. Questo aspetto, che molti hanno giudicato un difetto del libro, io lo trovo invece davvero geniale, perché si tratta di uno stratagemma volto a trasmettere ancor più intensamente uno dei messaggi più complessi del romanzo: l’impossibilità della donna di svincolarsi da certe forme plasmate per lei dagli uomini e da una società che ragiona al maschile.
La storia, nella prima metà, scorre un po’ lentamente, e sono d’accordo con chi si è detto affaticato, in questa prima parte, dalla ripetitività dei pensieri della protagonista e dagli snodi narrativi poco incisivi per quanto esageratamente irrealistici (uno fra tanti, il massaggio thailandese spezza-ossa con il quale la protagonista spera di far desistere una giornalista dall’idea di intervistarla in tv). A libro concluso, però, anche grazie alla lettura di pareri di chi conosce bene l’autore, ho capito che l’artificiosità di certi contenuti fa parte dello stile di Ammaniti: volutamente onirico, grottesco e alla ricerca del paradosso.
Verso la metà, comunque, il ritmo narrativo diventa sempre più incalzante, ed è impossibile non divorare le ultime pagine per capire come va a finire (io, a differenza di altri, non ho trovato affatto “telefonato” il finale: anzi! Fremevo per sapere come si sarebbe sciolta la questione). L’avvenimento che fa da trigger è la ricezione da parte di Maria Cristina di un video sul cellulare la cui condivisione potrebbe, potenzialmente, sconvolgerle l’esistenza. A inviarglielo è un suo vecchio amico di adolescenza, con il quale ha anche avuto una breve ma intensa storia, rincontrato pochi giorni prima a una festa. Fino alla fine è impossibile comprendere le reali intenzioni di questo personaggio, che il lettore conosce sia attraverso le sue azioni sia, soprattutto, attraverso i pensieri e le ossessive elucubrazioni di Maria Cristina, e ciò rende la narrazione ancora più interessante, perché si costruisce come un vero e proprio mistero da risolvere.
A fare da sfondo a questi avvenimenti ci sono i numerosissimi flashback sul passato della protagonista, innescati da volti che riportano a improbabili somiglianze, odori e voci del suo quotidiano. In questo modo, conoscendo anche i numerosi traumi che Maria Cristina porta con sé, il lettore si sente sempre più vicino a comprenderla in tutti i suoi limiti e fragilità e più capace di esprimere un giudizio su quel tema di autodeterminazione femminile accennato sopra.
Per concludere, posso dire che La vita intima è un romanzo interessante, che consiglio a tutti e che mi spinge senza dubbio ad approfondire maggiormente il suo autore (comincerò da Io non ho paura, forse il suo libro più famoso). Oltre che dalla trama, sono rimasta molto colpita dallo stile di Ammaniti: la profondità e la puntualità di certe descrizioni (sia del paesaggio laziale-toscano sia, a un certo punto, del corpo della protagonista addormentata sul letto, ripercorso magistralmente in ogni sua parte e posa), nonché alcuni tratti decisamente pulp, divertentissimi, ai limiti del grottesco, lo rendono assolutamente godibile, senza risultare banale né stucchevole.
Sperando che la mia recensione vi abbia incuriositi… buona lettura!
Chiara
