Passata nemmeno una settimana dalla cerimonia degli Oscar, mi sembra d’obbligo dire (o, almeno, provare a dire) la mia sul film che si è guadagnato ben sette statuette d’oro. Premetto comunque che, fra coloro che hanno parlato e parleranno di Everything everywhere all at once, mi ritengo la meno informata sul film in questione e la più impreparata sul panorama cinematografico internazionale presente e passato.
Ho sentito parlare di questo film per la prima volta la scorsa estate, quando un amico me l’ha descritto come “uno dei migliori mai visti”, “completamente sui generis“, provando a raccontarmi una trama che non solo mi ha confusa più di quanto lo fossi prima di conoscere di cosa si trattasse, ma che mi ha anche lasciata piuttosto scettica: “Mmmmh, non so se m’ispira… ma se proprio insisti lo guarderò”. Da quel commento sono passati sette mesi, e alla fine ho ceduto solamente due settimane fa, invogliata soprattutto dalle numerosissime candidature ottenute da questo film.
Non so se tutti i riconoscimenti vinti siano meritati, non me ne intendo, ma so per certo che Everything everywhere all at once è il film più strano, folle e atipico che abbia mai visto. Scelgo di non incorrere nel rischio di provare a raccontarne la trama: basti sapere che la storia comincia con la situazione complicata di Evelyn, donna di origini cinesi, proprietaria insieme al marito (con il quale sta vivendo un’importante crisi, pari quasi a quella con la giovane figlia con la quale il dialogo e la comprensione reciproca vengono sempre meno) di una lavanderia (anch’essa, ovviamente, in crisi, a causa di debiti, disorganizzazione e quant’altro). Tutte queste situazioni, a un certo punto, trovano un lieto scioglimento, che non manca di regalare allo spettatore spunti di riflessione interessantissimi sulla vita, sulle aspirazioni personali e sui limiti propri e altrui, ma ciò che accade in mezzo ha veramente dell’assurdo.
Completamente all’improvviso, una scena ordinaria e lineare si tramuta in una specie di circo con combattimenti alla Jackie Chan, strambi oggetti futuristici, dettagli completamente inverosimili e qualsiasi tipo di eccesso. Da quel momento in poi, Evelyn, insieme allo spettatore ancora interdetto, vivrà un’avventura fatta di spostamenti continui nel multiverso, in cui dovrà fare i conti con molteplici versioni di sé stessa provenienti da realtà parallele, generate da ogni potenziale differente scelta della sua vita, e con personaggi talvolta semplicemente bizzarri, altre volte assolutamente inquietanti, o perché vittime del caos generato dal continuo trasferimento mentale fra le svariate versioni di sé, o perché semplicemente partorite dalla mente geniale dei registi e degli sceneggiatori. Per comprendere fino a che punto si spinge questa trama caotica e stravagante, è sufficiente sapere che, per chi desidera operare uno spostamento nel multiverso per raggiungere un altro sé e acquisirne le potenzialità (fra le quali quella nelle arti marziali sembra essere la più desiderata), è necessario trovare un “trampolino” nella realtà, cioè, in poche parole, compiere un’azione altamente improbabile e assurda, ai limiti della demenzialità. Lo ammetto: in questi momenti, da spettatrice, ho riso moltissimo.
In sostanza, Everything everywhere all at once è sicuramente un film di azione, in cui prevalgono le scene dinamiche e i combattimenti – anche se una delle parti migliori è quella in cui il ritmo narrativo rallenta bruscamente, mettendo in scena un commovente dialogo fra due pietre (lo so, sembra folle, e infatti lo è) – ma anche di fantascienza, estremamente ironico e irriverente ma anche ricco di spunti di riflessione. Dopotutto, infatti, il tema centrale è quello della famiglia e dei rapporti interpersonali, spesso troppo complessi per essere risolti e compresi a fondo, motivo per cui forse una trama intricata come questa è l’unica risposta possibile alla complessità dell’esistenza.
Una menzione d’onore va agli attori Michelle Yeoh (nel ruolo di Evelyn, la protagonista) e Ke Huy Quan (nel ruolo di Waymond, il marito), vincitori di due meritatissimi premi Oscar, che mi hanno intrattenuta e coinvolta con un’interpretazione appassionata e spassosissima, non priva di una mimica facciale indimenticabile.
In conclusione, consiglierei questo film a chi desidera essere intrattenuto da un contenuto dinamico, interessante e originale, senza pretese di incasellamento entro giudizi di qualità standardizzati o di confronto con altri film già visti. Lasciandomi però influenzare dai gusti di chi me l’ha consigliato, direi: perfetto per chi ha amato Eternal sunshine of the spotless mind e Parasite.
Chiara
