The Fabelmans

The Fabelmans è un film del 2022 diretto da Steven Spielberg, divenuto noto al grande pubblico sia per le numerosissime candidature ricevute ai Golden Globe e agli Oscar (per quanto poi i premi vinti siano stati esclusivamente i Golden Globe per il miglior film drammatico e per il miglior regista) sia per la nomea di “testamento spirituale” del grande Spielberg, una sorta di dichiarazione d’amore autobiografica al cinema e al mestiere del regista.

Qualche settimana fa sono andata a vedere questo film al cinema con un’amica; come al solito non mi sono informata né sulla trama né sulle opinioni espresse da chi si ritiene più o meno esperto: mi sono limitata a guardare con attesa e stupore, scevra da pregiudizi.

Per quanto il film durasse due ore e mezzo, non mi sono affatto annoiata. The Fabelmans mi ha intrattenuta in maniera davvero piacevole, e credo che questo sia un gran punto a favore di una pellicola che chiaramente mira a raggiungere una vasta platea di consensi. Credo, in poche parole, che The Fabelmans non possa non piacere, o quantomeno essere ritenuto un film malriuscito, ma che al massimo, per i cultori del regista, possa non essere ritenuto il suo prodotto migliore.

E’ molto interessante che, prima dell’inizio del film, Spielberg appaia sullo schermo per conversare con chi si trova accomodato sulle poltroncine della sala: si congratula con chi ha consapevolmente scelto i cinema per godere al meglio, in un clima di comunità e familiarità, della bellezza di un film che rappresenta, appunto, un’ode al grande schermo, e si dice profondamente emozionato all’idea di condividere con il pubblico la propria storia, il ritratto intimo di sé, della propria passione e della propria famiglia di origini ebraiche.

Questo film avrebbe potuto intitolarsi in qualunque altro modo, capace magari di mettere al centro Sammy Fabelman, il protagonista, e il suo precocissimo talento di regista. Si intitola, però, The Fabelmans perché evidentemente è la famiglia il nucleo centrale di una storia di cui la vicenda personale di Sammy rappresenta uno dei molteplici sviluppi.

La famiglia Fabelman, in effetti, con le peculiarità e le fragilità di ciascuno dei suoi componenti, riesce a stupire lo spettatore per la propria realistica e intima natura, fatta di spontaneità, confidenze, calore e affetto, quanto di tremendi non detti e aspre aspettative. Sammy, insieme alle sue sorelle, si trova teso, sin dall’infanzia, fra due genitori molto diversi, che hanno in comune, però, una genialità d’eccezione. Mitzi, la madre (interpretata dalla bravissima Michelle Williams) come anche tutto il suo ramo familiare, ha un’animo sensibile, artistico e creativo, minato però da un fragile equilibrio psichico: è una talentuosa pianista, che ha rinunciato a una brillante carriera per occuparsi della famiglia, e accusa le conseguenze di questa e di altre scelte che l’hanno portata, in parte, a snaturarsi. Burt, il padre (Paul Dano), una persona tranquilla e accondiscendente, è invece un visionario dell’ingegneria elettronica, che contribuisce alla progettazione e realizzazione di prototipi di computer sempre più funzionali.

E’ proprio per l’avanzamento di carriera del padre che la famiglia è costretta a trasferirsi più volte, incontrando, dapprima in Arizona, un ambiente accogliente, in cui la passione di Sammy per il cinema può trasformarsi in un vero e proprio hobby – o forse mestiere, per quanto in forma embrionale? Il conflitto fra questi termini, il primo sostenuto dal padre, che non ha mai creduto fino in fondo nell’applicabilità di un talento come quello di suo figlio, rimane aperto per tutta la durata del film – e poi, in California, un contesto difficile e antisemita.

Sia i momenti gioiosi sia i momenti difficili della famiglia Fabelman vengono visti attraverso gli occhi del giovane Sammy, o meglio, attraverso gli occhi della sua cinepresa. Con incredibili capacità e astuti lampi di genio (come quello di bucare le pellicole per simulare i lampi di luce degli spari fra indiani e cowboy nel suo primo cortometraggio), il figlio maggiore di Mitzi e Burt riesce a fondere nel suo mestiere l’arte e la tecnica, ereditando i talenti di entrambi i genitori.

Il messaggio, forse scontato ma sempre interessante, è quello che attraverso le immagini catturate dalla cinepresa la realtà si mostra differente da quella che appare con i nostri occhi: la pellicola può mostrare ciò che agli occhi rimane nascosto (come il legame speciale fra Mitzi e lo “zio” Bennie), ma può anche fornire particolari interpretazioni della realtà (come quelle che Sammy costruisce prendendosi la rivincita su due bulli della scuola, mostrandoli nel filmato di fine anno l’uno come un imbarazzante esponente della razza ariana, glorioso e imbellettato, e l’altro come un totale perdente).

The Fabelmans è una storia di passioni, legami familiari e realizzazione personale, che si conclude con l’ingresso, strambo ma interessante, di Sammy nel mondo del cinema, grazie all’incontro con uno dei suoi idoli, il regista John Ford. The Fabelmans è un film che intrattiene in maniera delicata, non senza strappare, anche più di una volta, qualche sorriso o addirittura sonora risata, pur toccando anche temi difficili. E’ del tutto impossibile, poi, non affezionarsi al personaggio di Sammy e alla sua brillante, curiosa e controversa famiglia.

Fatemi sapere se lo avete visto o lo vedrete! Lo consiglio caldamente.

Chiara

Lascia un commento