Lunana, il villaggio alla fine del mondo è un film del 2019 uscito nelle sale italiane nel 2022, anno in cui ha ricevuto anche una candidatura agli Oscar come miglior film internazionale. Mi era stato consigliato da diverse persone ed era stato anche proposto al cineforum del mio paese che di solito presenta un’ottima selezione di pellicole: per questi motivi, incuriosita, ho scelto di dedicare una sera uggiosa di fine estate alla visione di questo film.
Potrei raccontare di Lunana in maniera impersonale, dicendo che è un film delicato, dolcissimo, unico nel suo genere. In questo modo, però, ometterei l’aspetto più importante: il fatto, cioè che questa storia ha parlato alla mia storia nel momento giusto, in una fase di cambiamento, e che nel suo protagonista, Ugyen, mi sono profondamente riconosciuta.
Il film è ambientato in Bhutan, in villaggio sperduto fra i monti chiamato Lunana, raggiungibile in otto giorni di cammino fra le vette partendo dalla strada più vicina: qui i cinquantasei abitanti vivono in armonia con la natura, perlopiù coltivando e allevando gli yak, senza comfort e tecnologie. A Lunana esiste una piccola scuola (la più sperduta dell’intero pianeta, si dice nel film), ed è qui che viene mandato il giovane maestro Ugyen, sin da subito riluttante anche perché deciso da tempo a interrompere la carriera di insegnante per trasferirsi in Australia inseguendo il sogno di diventare cantante. Lo sviluppo della trama è abbastanza scontato: all’inizio Ugyen fa fatica ad ambientarsi ma poi, come in qualunque storia di formazione, scopre la bellezza di quel luogo e dei suoi abitanti (soprattutto i fantastici bambini, capitanati – letteralmente – dall’ intelligentissima Pem Zam, desiderosi di apprendere e pieni di entusiasmo), diviene più sensibile e più aperto, mostrandosi come un maestro veramente talentuoso, e si trova costretto alla fine a dover prendere una dura decisione per la sua vita. Il finale, comunque, non è scontato, ma mantiene quegli stessi toni pacati, sospesi e nostalgici che caratterizzano l’intera trama senza mai scadere nel drammatico o nello stucchevole.
A rendere estremamente realistico sia il set sia l’intera vicenda è proprio il fatto che non esiste finzione: Lunana è veramente ambientato nel villaggio di Lunana, e sono i reali abitanti (che prima di quel momento non avevano mai visto un’automobile, un elicottero o una macchina da presa) a fare da attori e a interpretare se stessi; inoltre, quella di Ugyen è una storia vera, che riguarda non solo lui ma anche molti altri giovani del Bhutan che, spronati dalla globalizzazione che raggiunge le città, si sentono spinti a lasciare il paese per cercare fortuna altrove.
Come accennavo, anche io mi sento molto simile a Ugyen: sospesa fra le soddisfazioni della vita da maestra nella mia rassicurante provincia, spesso attanagliata dal dubbio di non esserne all’altezza, e il desiderio di rincorrere le mie passioni – quelle per i libri, lo studio, la letteratura – che mi spingono verso mete più incerte e più lontane. In questo senso, credo che la storia di Ugyen mi abbia fatta riflettere positivamente e mi abbia aiutata a sentirmi meno sola e che probabilmente possa sortire lo stesso effetto anche per tutti i giovani che, come me, si trovano a fare i conti con la propria libertà.
Chiara
