
Presente da ormai un paio di settimane nelle sale italiane, Asteroid City è l’ultimo film di Wes Anderson. Proverò, pur non essendo un’esperta andersoniana (devo ancora recuperare diverse sue pellicole, compresi i cortometraggi usciti su Netflix), a darne una recensione, come avevo già fatto un paio d’anni fa con The French Dispatch.
Ciò che mi fa sorridere è che molto di ciò che avevo scritto parlando di The French Dispatch vale perfettamente anche per Asteroid City: in primis, il protagonismo del rigore estetico e dell’impianto metacognitivo a sfavore della narrazione e della credibilità (in senso lato) dei personaggi. Potrebbe trattarsi, immagino, di una cifra stilistica del regista, per quanto probabilmente limitata agli ultimi anni, perché in altri suoi film (penso a The Royal Tenenbaums, del 2001) la trama e i personaggi non giocano affatto un ruolo secondario e, anzi, rimangono molto impressi nella memoria dello spettatore. Ciò non accade con quelli di Asteroid City (come neppure quelli di The French Dispatch) che, impagliati nei loro quadretti inamidati, interagiscono con dialoghi che sfiorano il limite del paradosso.
D’altra parte, sono proprio questi due aspetti che, pur rendendo difficile allo spettatore l’immedesimazione (può essere, mi chiedo, qualcosa di voluto?), costituiscono il fascino di questo film. Due personaggi, ad esempio, Augie (Jason Schwartzman) e Midge (Scarlett Johansson), dialogano esclusivamente affacciati alla finestra dei loro bungalow confinanti, ciascuno incorniciato dalla stanza arredata secondo il proprio mestiere, di fotografo o di attrice: impossibile, comunque, non rimanere rapiti dall’assurdità delle loro pose statiche e del contenuto dei loro dialoghi.

Ho notato, in ogni caso, che per quanto costruiti e volutamente irrealistici, i dialoghi fossero più scorrevoli di quelli di The Franch Dispatch: l’insistenza su paradossi e contraddizioni, anzi, porta lo spettatore a fare delle riflessioni, dopo essersi concesso un sorriso dolceamaro. Un esempio perfetto sono le battute di Cassiopea, Andromeda e Pandora, le piccole figlie di Augie, che affrontano la perdita della madre provando a trovare la collocazione migliore per le ceneri accuratamente sistemate dal padre all’interno di un portapranzo.
L’aspetto più interessante di questo film, come anche degli altri di Wes Anderson, è la struttura. In questo caso, ciò che avviene ad Asteroid City (cittadina del deserto statunitense) altro non è che la sceneggiatura di un regista teatrale che, in quel momento, sta prendendo forma sul palcoscenico e sta contemporaneamente apparendo in tv. I tre livelli di narrazione, incastrati l’uno nell’altro come una matrioska, si intersecano continuamente a partire dalla prima scena che comincia nel livello più esterno: nessun personaggio è escluso, compresi presentatori, regista e attori (che talvolta appaiono in veste di personaggi e altre dei loro interpreti, ed è per fortuna sempre l’alternanza fra colore e bianco e nero a semplificare la comprensione), ed è anche per questo che lo spazio della cittadina, coi suoi colori pastello e le sue strutture gradevolmente incartapecorite, appare in tutto e per tutto come una scenografia molto curata.
Ad Asteroid City, dov’è presente un cratere di meteorite risalente al 3000 a.C., in occasione di un convegno di “giovani astronomi e cadetti spaziali” organizzato per premiare cinque brillantissimi adolescenti e le loro (mirabolanti, nell’universo andersoniano, astruse nel nostro) invenzioni in materia di astrofisica, accade un inaspettato incontro ravvicinato con una specie aliena. Questa trama, quella del livello più interno della struttura, genera immediatamente un contrasto con quelle degli altri due livelli: senza dubbio, il regista ha intessuto una dualità fra lo spazio verticale, infinito e insondabile, dell’universo, e lo spazio orizzontale, limitato e controllato dall’uomo, del palcoscenico e della televisione.

Al di là delle macroriflessioni che si possono trarre da questa pellicola, senza dubbio tanto più fondate quanto più si sceglie di riguardare con attenzione il film, è chiaro che allo spettatore, sul momento (dal momento che nutro dei dubbi sul fatto che possano permanere nella memoria), restano impressi maggiormente dettagli di alcune scene o personaggi: a me, ad esempio, oltre alle tre sorelline, hanno colpito la svagata e maldestramente rigorosa maestra June con la sua classe di bambini curiosi, nonché l’attrice interpretata da Margot Robbie, che avrebbe dovuto avere il ruolo della moglie di Augie, che con il di lui attore intesse verso la fine un dialogo intenso e toccante.
Per concludere, consiglio caldamente Asteroid City a tutti coloro che amano Wes Anderson: non ne rimarranno delusi. A chi non apprezza lo stile… suggerisco spassionatamente di optare per altro.
Chiara
