
Probabilmente quella dello Schiaccianoci è una delle storie natalizie più belle che esistono: l’atmosfera magica, il confine sottile fra sogno e realtà, il racconto di un’infanzia che ci riporta alla nostra, in cui il giorno di Natale riservava l’emozione di poter finalmente inventare e mettere in scena meravigliose avventure con i nuovi giocattoli ricevuti da Babbo Natale o Gesù bambino, la rendono una lettura imprescindibile per questo periodo.
L’edizione di cui vi parlo è forse una delle più belle in circolazione per immergersi ancora di più nella famosissima “favola di Natale”. La versione francese di Alexandre Dumas è successiva di trent’anni all’originale di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (pubblicata a Berlino nel 1816) ma, pur essendone una riscrittura edulcorata, ebbe in molti contesti molto più successo di quella tedesca, tanto che fu lei ad ispirare Čajkovskij e il suo famoso balletto. Questo volume, edito da Interlinea, tascabile ed elegante nella sua semplicità, riporta le illustrazioni originali di Bertall, del 1845: una meraviglia per gli occhi!
L’incipit, con il testo incastonato in un cartiglio circondato da balocchi di ogni genere, è delizioso:

La storia comincia il giorno della vigilia di Natale e mette in scena un quadretto di vita domestica che ha come protagonista la famiglia benestante del presidente Silberhaus di Norimberga: i piccoli Fritz e Marie attendono il momento di entrare in salotto e di scoprire i loro doni sotto l’abete luccicante. Ad accoglierli ci sono i genitori, l’adorato e misterioso padrino Drosselmayer e, fra i doni, oltre alla desiderata bambola Claire e al tanto agognato cavallo di legno, un piccolo omino, uno schiaccianoci di legno, dalla “testa smisuratamente grossa” e dal “busto troppo lungo (…), spropositato rispetto alle gambette gracili”, “appoggiato malinconicamente al tronco dell’albero di Natale”.
Il personaggio cattura immediatamente l’attenzione di Marie, che quella stessa notte, insieme a tutti gli altri suo giocattoli, vivrà un’avventura magica e spaventosa: lo scontro fra lo Schiaccianoci e un orribile topo con sette teste e sette corone, accompagnato dal suo esercito di minacciosi topolini.
Da questo momento in poi, la trama si infittisce e si apre una lunghissima digressione, la Storia della noce Kralatuk e della principessa Pirlipate, nella quale il padrino Drosselmayer funge sia da narratore sia da personaggio: alla fine di questa vicenda, a dir poco impressionante, in cui i molti elementi della tradizione fiabesca si intrecciano in modo stupefacente, si scopre la vera identità dello Schiaccianoci, che porterà la piccola Marie a battersi con enorme trasporto accanto allo Schiaccianoci nello scontro finale, per poi compiere un viaggio mirabolante nel Paese delle Bambole, colmo di dolci, giocattoli, profumi e colori.
La storia, attraverso un finale che sembra raccontare di un parziale ritorno alla realtà, subito tradito dagli ultimi due paragrafi, si conclude felicemente, come ogni fiaba che si rispetti, e conferma al lettore che la fantasia può farsi strada nella quotidianità, fino ad assorbirla del tutto (cosa che diviene un piacere se si tratta di una fantasia fatta di “fiumi di aranciata, orzata ed essenza di rose” e “palazzi diafani di zucchero più fine della neve”).
E’ molto interessante che nel racconto le avventure fantastiche di Marie non vengano mai credute vere dai suoi genitori, che puntualmente la accompagnano a coricarsi e le suggeriscono di placare le sue farneticazioni; anche il lettore sarebbe tentato di assumere questo punto di vista (specialmente quando la bambina si sveglia di soprassalto nel proprio letto dopo quello che è parso a tutti gli effetti un bel sogno), se non fosse che nella realtà rimangono gli effetti di ciò che è accaduto: la scarpetta lanciata contro il re dei topi, le sue sette corone nella tasca, la macchia di sangue sul collo del piccolo Schiaccianoci, l’apparizione finale del nipote di Drosselmayer, non per caso un abilissimo sgusciatore di noci.
Consiglio vivamente questa meravigliosa storia a chi desidera, sotto Natale, tornare bambino, e perdersi, attraverso una prosa ottocentesca scorrevole e armoniosa, in un racconto in cui non mancano viaggi per il mondo, missioni impossibili, terribili tradimenti, combattimenti in campo aperto, ma anche saloni luccicanti, ingegnosi giocattoli meccanici, città di marmellata, bambole parlanti e adorabili omini di pan di zenzero.
Chiara







