
Povere creature! è, dopo Oppenheimer, il film che ha ottenuto il maggior numero di candidature per gli Oscar 2024: ben undici nominations. Uscito in Italia il 25 gennaio, sta facendo largamente parlare di sé, non solo per la trama che è un inno alla libertà e all’emancipazione femminile, ma anche per lo stile particolare e sorprendente della pellicola e per l’impeccabile e coinvolgente interpretazione di Emma Stone.
Sono andata al cinema – come spesso accade – senza aver visto il trailer né letto alcuna recensione, e per due ore e venti sono rimasta incollata allo schermo: coinvolta, incuriosita, a tratti disgustata, in alcuni momenti piuttosto divertita, ma sempre e costantemente in preda a un senso di spaesamento allucinato.
Il regista Yorgos Lanthimos – già conosciuto per L’aragosta (2015) e La favorita (2018), entrambi per me da recuperare – ha fatto con Povere creature! un lavoro magistrale, volto a non lasciare lo spettatore indifferente. Per mettere in scena il romanzo di Alasdair Gray, uscito per la prima volta nel 1992 con l’omonimo titolo, il regista sceglie un universo temporalmente indefinito: fonde l’epoca vittoriana, sede dell’ambientazione della sceneggiatura originale, dipinta nel film soprattutto attraverso i costumi e il design d’interni, con un improbabile futuro distopico in stile steampunk, in cui dominano macchine volanti, abnormi navi che sembrano città galleggianti, e cieli dalle tinte apocalittiche. A confondere ancor di più lo spettatore intervengono le inquadrature deformanti e disturbanti, con improbabili grandangoli e fish-eye, e la colonna sonora, costituita non tanto da musiche quanto più da suoni e accordi dissonanti, forse prodotti da strumenti a corda.

Cosa può mai raccontare, quindi, un film che possiede questo tipo di premesse stilistiche? Come un moderno dottor Frankenstein, l’anatomista e chirurgo Godwin Baxter ridà vita a una donna suicida, Bella Baxter (originariamente Victoria Blessington), impiantandole nel cranio il cervello del nascituro. La pellicola racconta della maturazione di Bella, inizialmente priva di capacità motorie e cognitive e poi sempre più abile e consapevole di sé, in un viaggio che da Londra la conduce a Lisbona, Alessandria, Marsiglia e Parigi, accompagnata da personaggi eccentrici, interessanti o inquietanti, che in alcuni casi assumono semplicemente significati allegorici (come, ad esempio, il cinico Harry Astley). Lo stesso Godwin (abbreviato non casualmente “God”), per quanto per Bella nutra un affetto paterno, è un personaggio disturbante, vittima e carnefice in un universo in cui scienza e abominio hanno confini decisamente poco definiti. C’è da dire che lo schema del viaggio-scoperta costellato di incontri, piuttosto ripetitivo, rende lo sviluppo della trama abbastanza prevedibile; l’unica eccezione è un interessante colpo di scena (che non spoilererò qui), imprevedibile quanto indispensabile a una chiusura soddisfacente della parabola esistenziale di Bella.
L’evoluzione del personaggio di Bella prevede contemporaneamente uno sviluppo motorio, linguistico, relazionale ma soprattutto sessuale. La sfera sessuale e della scoperta del proprio corpo è quella su cui il film si concentra maggiormente, e ciò risulta chiaro sin dal momento in cui la prima occasione in cui Bella viene educata (sin da quel momento le veniva concessa praticamente qualsiasi cosa, compreso lo sputare nel piatto se il cibo non era di suo gradimento) è per la regolazione del suo comportamento autoerotico, considerato inadeguato ad una ragazza della “buona società”.
Attraverso gli occhi di Bella, che si affaccia al mondo come una bambina, affidandosi ai sensi e all’istinto, senza i condizionamenti della società e della cultura dominante, la pellicola mette in luce il tema dell’appropriazione della femminilità da parte dell’uomo, la quale si manifesta a diversi livelli e soprattutto dal punto di vista sessuale. Lo spettatore, immedesimandosi nella protagonista, percepisce una sorta di straniamento di fronte alle richieste insistenti di Godwin, di Max e di Duncan, gli uomini che costellano l’esistenza di Bella, che in un modo o nell’altro cercano di limitarla, controllarla, sedurla o asservirla, mentre lei desidera semplicemente assecondare la propria curiosità nello scoprire il mondo e gli altri, in maniera talvolta ridicolmente empirica, ma sempre conforme alle sue peculiarità. Il messaggio di fondo, quindi, è fortemente femminista, tanto che il film, a mio parere, si configura come una versione meglio riuscita di ciò che anche il film di Barbie – con evidenti limiti nella resa finale – mirava a trasmettere.
Per concludere, vorrei condividere ciò che ho più amato di Povere creature!: in primo luogo, l’estetica del personaggio di Bella, coi suoi occhi vitrei, i capelli lunghissimi e l’abbigliamento stravagante, fatto di rouches, maniche a sbuffo e minigonne con gli stivali; in secondo luogo, le interpretazioni di Emma Stone e di Mark Ruffalo, il cui personaggio non può non rimanere impresso nella memoria dello spettatore; infine, l’aura surrealista che investiva l’intero film, che mi ha talmente coinvolta da rendermi difficile, una volta uscita dal cinema, il ri-ambientamento nel mondo reale.
Chiara
