Nell’articolo di oggi vi vorrei parlare di Un filo rosso, un podcast di Mario Calabresi che racconta l’evoluzione, sia medica che sociale, della lotta all’AIDS.
Il racconto inizia dagli anni ’80, in cui iniziano ad emergere i primi casi che presentano sintomi non riconducibili a nessuna patologia conosciuta: si è di fronte a una malattia nuova.
Negli anni, con tentativi e scoperte scientifiche, si è trovata una cura sempre più efficace che ha portato l’AIDS dall’essere una condanna a morte praticamente certa all’essere una malattia ancora grave, ma con cui è possibile convivere.
Oltre alle tappe della ricerca medica, Un filo rosso racconta anche l’intensissimo impatto sociale che l’AIDS ha avuto.
Nei primi anni è stata una malattia fortemente stigmatizzata, che ha portato poi alla stigmatizzazione anche dei gruppi sociali maggiormente colpiti: i membri della comunità gay e le persone tossicodipendenti.
Molti sono stati i passi fondamentali per fare divulgazione sul tema, rompere lo stigma e dare un supporto concreto alle persone malate: dalle dichiarazioni di sieropositività di personaggi molto stimati, come l’attore Rock Hudson prima e il cestista Magic Johnson poi; alla creazione dell’AIDS Memorial Quilt – un’ enorme coperta con i nomi delle vittime per ricordare e dire che l’AIDS non era una vergogna; alla nascita della LILA in Italia (Lega italiana per la lotta contro l’AIDS); al rivoluzionario bacio tra un medico e una donna sieropositiva; fino all’istituzione del Global Fund to Fight AIDS, sostenuto anche da Bill Gates.
Un filo rosso dedica inoltre un interessante approfondimento sulla situazione in Africa, che più intensamente e più a lungo è stata colpita dalla malattia.
A cambiare le cose è una conferenza a Durban con Nelson Mandela, che porta l’attenzione sul tema e porta l’Africa ad aprirsi e a raccontare il suo dramma, in particolare attraverso la storia di Nkosi Johnson, un bambino nato sieropositivo.
Un filo rosso è un podcast che, pur nella sua brevità (dura poco più di due ore) è capace di offrire una narrazione estramente coinvolgente di uno spaccato complesso e drammatico.
Tanti sono i temi che ho trovato interessanti e che mi hanno colpito: dalla correlazione sociologica tra diffusione del virus soprattutto tra le donne in Africa e il loro minore accesso alla medicina, ad adeguati standard igienici e all’istruzione; all’influenza avuta dalla comunicazione nella lotta alla malattia e alla sua stigmatizzazione.
A questo proposito, famosissima è la pubblicità progresso “Se lo conosci lo eviti” trasmessa alla fine degli anni ’80. Questo spot, se da una parte ha aiutato a sensibilizzare sul corretto approccio al sesso protetto e all’utilizzo delle siringhe, dall’altro ha solidificato ulteriormente lo stigma sociale che già colpiva le persone sieropositive: rappresentate con un alone viola attorno a loro, queste persone erano marchiate da un marchio indelebile, alimentando la paura delle persone.
Un dettaglio che mi ha poi colpito moltissimo è stata la scelta di CUAMM – Medici con l’Africa che in Mozambico ha usato il teatro per sensibilizzare le persone sull’AIDS, quasi con un ruolo esorcizzante: tramite il teatro si poteva nominare quella malattia, si potevano pronunciare quei temi.
Mi ha molto affascinato notare quanto verbalizzare una cosa aiuti a “renderla reale” e, una volta reale, più afferrabile, più comprensibile. E quindi più risolvibile.
Vorrei raccontarvi altro di tutto quello che ho imparato grazie a questo podcast, ma finirei per non lasciarvi più nulla da scoprire!
Vi consiglio quindi assolutamente di ascoltarlo, è un prodotto di altissima qualità che non solo informa e sensibilizza sui corretti comportamenti per evitare il contagio, ma anche – in modo coinvolgente ed emozionante – fa luce su una malattia che per tanti anni è stata un’ombra, influenzando la vita di moltissime persone e dell’intera società.
Giulia
