Challengers

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Challengers, nuova pellicola di Luca Guadagnino (noto soprattutto per Chiamami col tuo nome) è uno dei film più chiacchierati del momento, soprattutto per la grande pubblicità che ne è stata fatta – specialmente negli USA – e per il cast, entrambi volti a strizzare l’occhio alla Gen-Z. Anche la trama, che racconta del triangolo amoroso fra Patrick (Josh O’Connor), Art (Mike Faist) e Tashi (Zendaya), giovani promesse del tennis, percorrendo un arco temporale che li coinvolge dai diciotto ai trentun anni, sembra scritta apposta per attrarre un giovane pubblico. In Italia, oltretutto, sembra che l’uscita del film colga il momento perfetto per incuriosire tutti coloro che a questo sport (o ai suoi derivati) si sono timidamente avvicinati negli ultimi tempi, fra qualche partita a padel con gli amici e il tifo più o meno sentito per il campione Jannik Sinner.

Posso dire di essermi recata al cinema carica di aspettative che, globalmente, non sono state deluse. C’è da dire che io sono una grande fan di Chiamami col tuo nome, e in Challengers purtroppo non ho ritrovato la profondità, la delicatezza e la maestria registica del capolavoro di Guadagnino. Challengers mi è sembrato – per quanto gradevole nell’insieme – un po’ meno studiato, per quanto non manchino scene e inquadrature indimenticabili (fra cui il famoso momento con i tre protagonisti seduti sul letto, e la ripresa finale).

Al contempo, ho trovato ben caratterizzati i personaggi, e l’abilità degli attori non indifferente: il maggior merito va, secondo me, a Josh O’ Connor, scanzonato e arrogante il giusto, e non sono d’accordo con chi sostiene che l’interpretazione di Mike Faist sia dimenticabile (a mio parere, è piuttosto il personaggio ad essere dimenticabile, o meglio, ad essere decisamente più insipido in confronto a Tashi e Patrick, forti, decisi, e per questo pronti ad infiammarsi l’uno con l’altra). Al contempo, credo che Zendaya sia riuscita – anche grazie ai riuscitissimi outfit sfoggiati alle première e sui red carpet – a rendere decisamente iconico il suo personaggio: Tashi pareva anche ai miei occhi una vera e propria diva del tennis.

Credo, d’altra parte, che non siano state rese con la giusta carica emotiva le varie scene passionali: ad esclusione del già citato momento sul letto, gli altri incontri di questo tipo fra i personaggi risultano molto più piatti, quasi scialbi. Non so se si tratti di un limite della sceneggiatura, della regia o della recitazione, o se possa trattarsi di una scelta voluta, quasi con l’intento di dimostrare che dopo quel momento vissuto a diciott’anni non è stato più possibile ricostruire un’intesa di quel tipo.

D’altronde, la trama racconta di un allontanamento effettivo, soprattutto emotivo, fra i personaggi, costruitosi nel corso degli anni a causa di divergenze caratteriali, non-detti e, chiaramente, a causa di una competizione su base sentimentale. E’ molto interessante, allora, che a fare da scatola all’intera narrazione sia proprio una partita di tennis, una sorta di resa dei conti fra Art e Patrick, in cui la competizione e la tensione – rese magistralmente dalla regia – sono palpabilissime. “Tu non sai cos’è il tennis: è una relazione”, aveva spiegato Tashi ai due ragazzi il giorno del loro primo incontro. In effetti, è proprio durante questa partita che si dipanano i fili della loro relazione e che si sciolgono tutti i nodi in un climax finale dal significato simbolico assolutamente indimenticabile.

Chiara

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