Perché (ri)leggere I Promessi Sposi

L’altro giorno, in treno, ho ascoltato la conversazione fra uno studente di ingegneria del primo anno, che nello zaino custodiva gelosamente Il visconte di Bragelonne di Alexandre Dumas, e una giovane donna sulla quarantina, che diceva di non vedere l’ora di tornare a casa per sprofondare nuovamente nella lettura di non ricordo quale mattone della letteratura russa, forse I fratelli Karamazov di Dostoevskij. I due non si conoscevano ma, così per caso, hanno iniziato a chiacchierare – complice la brillante loquacità del ragazzo – del loro amore per i classici della letteratura. Lui diceva che di storie così belle e avventurose come quelle raccontate da Dumas, Verne o Stevenson non poteva fare a meno, nonostante i suoi studi universitari lo portassero da tutt’altra parte, e lei ammetteva di aver riscoperto i classici nel 2020, nel periodo di quarantena forzata: “Ho iniziato dalla Divina Commedia, poi sono passata ai Promessi Sposi, di cui mi sono innamorata, e a tutti gli altri romanzi più importanti della letteratura italiana. Da lì, ho fatto un salto nella letteratura francese, e anch’io non potevo più staccarmi da Dumas. Sono poi passata alla letteratura inglese – che meraviglia Jane Austen! – e ora è da un po’ che m’immergo in quella russa. Sai cosa? Credo che una volta che inizi coi classici, non li molli più, e finisce che tutto quello che viene scritto oggi ti sembra banale!”. Sui Promessi Sposi, poi, in particolare, aggiungeva: “Non avrei mai pensato di rileggerli anni dopo averli studiati a scuola. Per come me li aveva spiegati la mia prof, non avevo nemmeno capito se alla fine Renzo e Lucia si sposassero oppure no. Leggendolo adesso, mi è davvero sembrato bellissimo: profondo, ricco, pieno di colpi di scena e che ti tiene col fiato sospeso”.

Questa è solo una delle tantissime testimonianze sulla bellezza di riscoprire i classici – anche e soprattutto quelli studiati a scuola – in età adulta che quotidianamente mi capita di ascoltare anche grazie a quello di cui mi occupo, cioè lo studio dei rapporti fra letteratura, pedagogia e didattica e, più in generale, del valore del romanzo manzoniano anche al giorno d’oggi.

È chiaro: sono certamente di parte. Eppure, mi sembra interessante, pur con la dovuta leggerezza, scrivere qualcosa anche in questa sede sulla possibilità di dare una seconda possibilità (perdonatemi il gioco di parole) ai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e, in generale, ai classici della letteratura.

La signora del treno, di cui ho raccontato, faceva un’altra riflessione interessante, cioè che i classici all’inizio mettono alla prova il lettore: la lingua e lo stile ormai in parte superati, specie quando non viene incontro una traduzione recente, e la complessità – spesso e volentieri – del sistema narrativo e dei personaggi (basti pensare ai russi), fanno spesso desistere chi prova ad accostarvisi. Aggiungeva, però, che col tempo “ci si fa l’abitudine”, e quegli aspetti che una volta facevano apparire ostici questi libri diventano poi dei tratti di cui non si riesce a fare a meno. Del fatto che il lettore vada un po’ messo alla prova erano consapevoli anche (e, probabilmente, solo) i grandi scrittori: Manzoni, per primo, con quell’Introduzione così complicata e quel primo capitolo con tutta la digressione storica sulle gride secentesche, sapeva bene di rischiare di annoiare il lettore, ma anche che un lettore che nonostante gli ostacoli riusciva ad andare avanti era un interlocutore all’altezza di quanto lo scrittore sarebbe andato dicendo.

E così, per tutta la storia, il narratore dei Promessi Sposi continua a chiamare in causa il lettore, non tanto per ostentare la propria pomposa onniscienza – che peraltro non esiste nemmeno in questi termini – ma per chiedergli di riflettere, di interpretare, di partecipare alla costruzione di una storia veramente meritevole di essere condivisa. “In quale altro romanzo il lettore è messo di fronte a temi come il libero arbitrio e il determinismo, la giustizia e l’ingiustizia, il potere e la servitù, l’opulenza di pochi e la miseria di molti, la fede e l’incredulità, la vita e la morte, l’amore e l’odio, la fedeltà e il tradimento, la vendetta e il perdono?”, si legge in questa intervista al Professore Frare, grande manzonista dell’Università Cattolica.

Si è visto in particolar modo durante la pandemia quanto certe pagine di Manzoni possano essere estremamente attuali, e quanto, comunque, ci sia ancora bisogno di leggere questo romanzo al di là di come viene inteso in tante banalizzazioni che lo credono essenzialmente un testo cristiano bigotto secondo la fortunata definizione di “epopea della Provvidenza” di Momigliano, oggi non particolarmente condivisa dalla critica.

Una cosa è vera, cioè che l’opera di Manzoni “dice bene cose buone”, e questo basta, a mio parere, a chiudere il dibattito intavolato da chi dice che non merita più spazio sui banchi di scuola. Probabilmente, invece, ciò che non merita più spazio sui banchi di scuola sono le lezioni di letteratura noiose, in cui si passa più tempo ad analizzare la singola figura retorica, a completare interminabili schede sui personaggi e a rispondere a miriadi di domande di comprensione che a godere della bellezza e del valore di una storia nata per arrivare al maggior numero possibile di lettori come quella scritta da Manzoni, che aveva innanzitutto un intento fortemente democratico.

I Promessi Sposi vanno letti come se fossero un qualunque altro romanzo, perché non c’è nient’altro da imparare se non quello che il testo dice già. E se la scuola non c’è riuscita, non è mai troppo tardi per regalarsi un’esperienza di questo tipo, rendendo giustizia a un libro che, entrato nei programmi ministeriali già alla fine dell’Ottocento, non ha potuto far altro che essere associato ingiustamente alle coercizioni scolastiche.

Il mio consiglio è di leggere l’edizione della BUR, che contiene le illustrazioni originali della Quarantana, che erano più di quattrocento, e La storia della Colonna infame: già queste due cose di solito mancano nei manuali scolastici, evidentemente perché qualcuno a un certo punto ha deciso che non erano importanti, anche se per Manzoni lo erano eccome. A me, ad esempio, è piaciuto moltissimo riscoprire il personaggio di Lucia, che non è assolutamente passiva come per tanto tempo ci hanno fatto credere, e leggere per la prima volta i capitoli sulle peregrinazioni di Renzo nella Milano appestata, che di solito vengono saltati a piè pari nelle letture scolastiche. Infine, è impossibile non apprezzare la finissima ironia che opera a più livelli nell’intero romanzo: si tratta di una conquista che Manzoni ha faticosamente maturato nella lunga genesi del suo romanzo, durata vent’anni, e che rende I Promessi sposi un libro arguto, tutt’altro che pedante, piacevolissimo e adatto a qualunque tipo di lettore, anche il più inesperto, purché abbia abbastanza coraggio per mettersi in gioco.

Chiara


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