La zona d’interesse

Fonte dell’immagine: https://iwonderpictures.it/lazonadinteresse/

La zona d’interesse, film sulla Shoah diretto da Jonathan Glazer, vincitore di due oscar (al miglior film straniero e al miglior sonoro), è tratto in parte dall’omonimo romanzo di Martin Amis, e in parte dalla biografia di Rudolf Höss, per lungo tempo comandante di Auschwitz.

Sono andata a vederlo al cinema perché ero intenzionata a farmi un’opinione personale sul film, visto che ne avevo sentito parlare sia benissimo sia malissimo, ed ero curiosa di capire come fosse stato realizzato concretamente l’obiettivo di far intendere le atrocità del campo di concentramento senza mai mostrarne le immagini. Come penso tutti sappiano, la zona d’interesse che dà il nome alla pellicola è l’area di venticinque miglia attorno al campo di Auschwitz nella quale vivevano lieti e indisturbati il comandante e la sua numerosa famiglia, volutamente noncuranti degli spari e delle urla, delle ciminiere fumanti, del viavai di treni e di tutto ciò che ci fosse di scomodo da sapere su ciò che accadeva al di là del muro del loro giardino (perché della comodità di ricevere gratuitamente i vestiti e i gioielli sottratti ai prigionieri erano ben contenti di godere).

Trovo che tutte le scene in cui viene sottolineato lo scollamento fra la vita agiata della famiglia Höss e l’inenarrabile e spaventosa vita del campo siano decisamente riuscite: l’aspetto che mi ha maggiormente impressionata è che anche durante la notte non esisteva riposo dalle urla delle SS, dallo stridere delle rotaie, dall’abbaiare dei cani e dall’incessabile attività dei forni crematori (resa così efficiente anche grazie al prodigarsi del comandante per le migliori tecnologie del momento), che accendevano di rosso il cielo buio. In effetti, l’oscar al sonoro è decisamente meritato: trovo che gli stimoli uditivi, più che quelli visivi, facciano realmente da protagonisti.

D’altra parte, anche la regia nasconde una maestria non indifferente: le videocamere posizionate staticamente nel giardino e nella casa e le riprese fatte in qualunque ora del giorno, anche quando il sole è allo zenit ed evidenzia grottescamente le ombre sui visi dei personaggi, contribuiscono a dare un’aria documentaristica e realistica ma allo stesso tempo disturbante, che allontana fisicamente e psicologicamente i personaggi dallo spettatore. Curiosamente, ci sono alcune scene in notturna girate all’infrarosso: raccontano una storia parallela, di nascondimento e di cameratismo, ma i suoni disturbanti di sottofondo non consentono allo spettatore di tirare il fiato nemmeno in questi momenti.

Höss (Christian Friedel) e sua moglie (Sandra Hueller) appaiono malefici e sadici, disturbanti proprio in quanto assuefatti al male. Lei si compiace del titolo di “regina di Auschwitz” e ama prendersi cura del suo giardino, seppur infastidita dal posarsi della cenere sui suoi fiori, ed è spesso accompagnata dal cane, che scaccia continuamente in maniera brusca, e dal bimbo più piccolo, che piange spessissimo e che contribuisce ad alimentare il fastidio uditivo provato dallo spettatore. Lui è freddo, distante, cinico e calcolatore: lo si vede persino in compagnia di un’altra donna, da lui abusata, che storicamente si sa essere una detenuta politica austriaca internata ad Auschwitz.

Ciò che mi ha lasciata perplessa del film è la sceneggiatura e, in generale, la lentezza e la ripetitività di certe scene e di certi contenuti. Ho trovato che molto di quello che viene raccontato fosse ridondante e non indispensabile. Manca, in un certo senso, un nucleo, una continuità, una trama vera e propria che convinca lo spettatore a continuare la visione. Proprio a causa di questa demotivazione, ho rischiato più volte di addormentarmi, sino ad arrivare alla scena finale che ho trovato realmente incomprensibile e che – onde evitare spoiler – scelgo di non raccontare.

In conclusione, trovo che sia un film imprescindibile per gli appassionati di cinema, proprio in virtù della qualità del sonoro e della regia; d’altra parte, ritengo che il “nuovo modo” di raccontare la Shoah che ha voluto proporre non sia totalmente riuscito, e che per i contenuti possa non dirsi un film imprescindibile. In ogni caso, aspetto di essere smentita da chi ne ha avuto una percezione differente, e auguro una buona visione a chi ha intenzione di recuperarlo a breve.

Chiara

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