“Le cose” di Georges Perec

Les choses. Une histoire des années soixante fu pubblicato nel 1965: era il primo libro di Georges Perec, divenuto poi famoso per le sperimentazioni letterarie concepite entro il gruppo dell’OuLiPo, a cui prese parte anche Italo Calvino. Questo libro, indipendente dagli influssi dell’Ouvroir de Littérature Potentielle, è una storia relativamente semplice e scorrevole, di poco più di cento pagine che, pur essendo “degli anni sessanta”, come recita il titolo, ha molto da dire anche a un lettore contemporaneo.

Il libro racconta di una giovane coppia attratta e dipendente dalle cose, vittima del consumismo e del sistema capitalistico, ossessionata dal sogno di poter approdare a uno status quo lievemente superiore a quello nel quale si trovano e che li rende estremamente insoddisfatti. Bramano un appartamento più bello, un mobilio alla moda, esperienze degne dell’ammirazione altrui; infatti, il loro sogno non è tanto dettato da un reale desiderio interiore, quanto più dalle spinte della società in cui si trovano, degli ambienti che frequentano, dei prodotti culturali che consumano.

L’aspetto più angosciante è che, pur avendo questo desiderio, molto spesso non fanno nulla per realizzarlo: sono passivi, si lamentano, qualche volta colgono delle possibilità, altre volte no. “Aspettavano di vivere”, si legge.

L’aspetto più interessante per cui vale la pena leggere questo libro è potersi interrogare su quanto e come questi personaggi rispecchiano la nostra generazione, e su quali possono essere analogie e differenza fra noi e loro. Anche a noi giovani d’oggi capita di sognare una vita cool, fatta di viaggi, di incontri, di esperienze interessanti, libera dalle costrizioni orarie del posto fisso ma adatta a potersi permettere tutti gli agi possibili. A questo proposito, il finale del libro porta in effetti a domandarsi se il distacco da questo sogno di libertà con l’adattamento a ciò che la vita offre non sia in effetti una conquista dell’età adulta, che arriva col tramonto della giovinezza.

D’altra parte, il fatto che la storia sia ambientata negli anni Sessanta rende questi personaggi molto lontani dai giovani della nostra generazione: a quel tempo, le prospettive di successo derivate dal boom economico del dopoguerra facevano percepire a chiunque la possibilità di poter arrivare a uno status quo superiore, di potersi arricchire, di poter condurre la vita dei propri sogni. Oggi, invece, i giovani si trovano ad essere molto spesso disillusi: il disgregarsi del sistema valoriale della generazione precedente e le scarse possibilità di raggiungere facilmente una stabilità economica li rendono ugualmente smarriti e passivi, ma sicuramente meno ingenuamente speranzosi.

In generale, però, costruire questi paragoni durante la lettura non è affatto semplice: il narratore, infatti, fa di tutto affinché questi personaggi appaiano come maschere e non come persone reali, e questo li allontana molto dall’empatia e dall’identificazione da parte del lettore. Non si sa nulla, infatti, del loro aspetto, del loro carattere, dei loro sentimenti, delle loro relazioni: si conoscono solamente i loro desideri, tanto che diventano in effetti vere e proprie incarnazioni di un desiderio. Perciò, in conclusione, ciò che si può fare è riconoscersi o meno nel loro desiderio, e chiedersi, a propria volta, quanto i propri desideri, più o meno materialistici, ci definiscano e rappresentino, anche per come appariamo agli occhi degli altri.

Chiara

Lascia un commento