“La figlia del capitano” di Aleksandr Puškin

La figlia del capitano di Puškin, un classico della letteratura romantica russa pubblicato nel 1836, è un breve romanzo storico che in questa edizione Einaudi conta solamente 160 pagine. E’ proprio per questa ragione che ho voluto estrarlo dalla mia libreria per portarlo con me durante un weekend al mare, e che ho potuto finire di leggerlo agevolmente mentre stavo in piedi, stipata sul tram, nella settimana successiva.

Non sono un’estimatrice della letteratura russa: ne ho letta davvero ben poca. Per questa ragione, non potrò fare una recensione particolarmente acculturata di questo libro. Da un lato, però, credo sia meglio così: posso più consapevolmente fornire le ragioni per cui anche un classico ottocentesco può essere apprezzato anche da chi non è abituato a frequentare romanzi di questo tipo.

Innanzitutto (ma qui, forse, sono di parte, data la mia passione per Manzoni), è molto interessante che si tratti di un romanzo storico. Le vicende dei due protagonisti innamorati, Pëtr Andréevič Grinëv e Mar’ja Ivanovna, detta Maša, figlia del capitano della fortezza Belogórskaja, che si trova nella steppa russa, si intrecciano agli avvenimenti storici della rivolta di Pugacëv (detta anche Guerra dei contadini o Ribellione dei cosacchi) del 1773-75, che ebbe luogo nell’impero russo durante il regno di Caterina II. Pugacëv, il capo dei rivoltosi, un cosacco ex tenente dell’esercito imperiale russo che decise di autoproclamarsi zar in nome di Pietro III, è un personaggio del romanzo, il cui ruolo risulta fondamentale per lo scioglimento di diversi nodi della vicenda, così come quello della stessa zarina, che interviene alla fine della storia.

Oltre a Pugacëv, ci sono altri personaggi importanti, fra cui Svabrin, l’antagonista che si oppone all’amore fra Grinëv e Maša, e Savel’ic, la mia figura preferita: l’umile e fedele servitore del giovane protagonista, che in più occasioni ne rappresenta la guida e la salvezza. Fortunatamente, rispetto a molti altri romanzi russi (la ragione, probabilmente, sta sempre nella brevità), non ci sono così tanti nomi di personaggi fra i quali confondersi, e comunque la trama si svolge con linearità e semplicità, motivo per cui risulta una lettura tutto sommato leggera.

Un altro aspetto che ho molto apprezzato è l’ambientazione: la limpidezza narrativa, quasi favolistica, mi ha trasportato davvero nelle fredde steppe russe dell’epoca, e non ho faticato a immaginarmi la tempesta di neve descritta nei primi capitoli, mentre il protagonista si trova in viaggio verso Orenburg, o la fortezza nella quale dimora la famiglia del capitano, simile a un piccolo villaggio di isba, le tipiche abitazioni rurali costruite in legno e tronchi d’albero.

In conclusione, credo di poter consigliare questa lettura a chi ha voglia di un romanzo breve ma qualitativamente elevato, capace di raccontare con un stile puntuale, contemporaneamente austero e trasognato, la sempiterna ma mai banale dicotomia amore-guerra.

Chiara

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