L’articolo di oggi è un’intervista a mia nonna, classe 1929, nata e cresciuta in un mulino di una piccola frazione di un piccolo paesino lombardo. Intervistarla è stato piacevole ed interessante innanzitutto per me e spero che anche voi lettori possiate trarne un piccolo scorcio sui tempi che furono. Nessun amarcord, perché, diciamocelo, non è vero che si stava meglio quando si stava peggio. I tempi erano più duri e meno poetici di quanto vogliamo ricordare, ma sicuramente hanno il loro fascino e le loro influenze, capaci di formare donne dalla tempra forte quali mia nonna che, al rintocco del suo novantesimo anno di età, vanta ancora lo spirito di una ragazzina.
Vi lascio allora alle sue parole!
Partiamo dalle cose più semplici: cosa mangiavi?
Polenta e latte a mezzogiorno, alla mattina latte della mucca.
E dentro niente?
Pane! Biscotti non ce n’erano!
Il pane chi lo faceva?
La mia mamma! Il pane giallo, ogni giovedì. E poi faceva il pane con l’uvetta. Invece alla domenica c’era la frittata. Nei giorni speciali mangiavamo lo spezzatino. E poi c’era la pulzarona, il farinet…tipo un semolino. E poi rubavo il salame nella cantina di mio papà, perché avevo fame! Poi mangiavamo le castagne cotte e i burduni (n.d.r. le rape).
Come ti lavavi?
Mi lavavo nel fiume le gambe, nel catino facevo il bidet e per lavarsi il corpo c’era un bagnino alto.
A scuola cosa imparavi?
Niente, ero un asino! Gli altri imparavano le divisioni, le sottrazioni, le aste…ero brava a far le aste!
E a che giochi giocavi?
Alla rella! Con un pezzo di legno, come a tennis. Ed ero brava! Poi andavamo a raccogliere i mughetti da vendere per comprare le scarpe. E nel mese di ottobre in stalla spogliavamo il carlone (n.d.r. sfogliavamo il mais). Poi andavo nel fiume a prendere i pesci con la forchetta! E alla domenica pomeriggio andavo a ballare alla casa del popolo. Ballavo il tango, il liscio e il valzer. Ballavo coi giovinotti che mi cercavano.
Tutti belli?
Insomma…andava a simpatia eh! Che se non erano simpatici non andavo su!
E come ti vestivi?
Con la gonna lunga fino ai piedi. Non mettevo mai nero e grigio, avevo sempre la camicetta rossa, lilla o bianca.
E così hai conquistato il nonno…
Eh sì! E lui aveva su le calzette azzurre e io gli ho detto che erano delle belle calze! Quando era a militare gli scrivevo le lettere, una lettera ci metteva tre giorni ad arrivare. Mi sono innamorata di quello che non sapeva ballare! Non sentiva la musica! Non capiva se era un valzer o un tango!
Della guerra cosa ti ricordi?
Mi ricordo che gli americani venivano qui al mulino, mettevano giù la tenda e mi davano i tubetti di vitamine, la carne in scatola e le cicche. Quando sono arrivati gli buttavo i fiori, perché mi hanno salvata. E in montagna invece c’erano i partigiani.
Mi vuoi dire qualcos’altro?
Che dormivo nel materasso con dentro i spöi (n.d.r. i cartocci delle pannocchie), non la lana!
Non aggiungo altre mie parole, poiché risulterebbero superflue; spero solo che questi ricordi vi abbiamo fatto fare un tuffo nel passato e vi abbiano strappato un dolceamaro sorriso.
Giulia
