“Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi

51OF44--WfLPereira “sostiene” in ogni pagina di questa storia eppure, come riporta la quarta di copertina, non si comprende di fronte a quale tribunale egli racconti la sua versione dei fatti. Si dice che “sostenga” davanti al tribunale della letteratura, o meglio, davanti a quello del testo letterario. Di fatto, pare che la sua storia non abbia nulla di speciale che la renda degna di una deposizione tanto accurata, eppure, a conti fatti, non si può dire che non abbia un epilogo degno, dal sapore dolceamaro.

Pereira è un personaggio talmente realistico che pare esistere per davvero. Tabucchi stesso racconta di aver ricevuto la visita di questo personaggio in cerca d’autore in una sera di settembre del 1992, pronto ad avere un nome che etimologicamente significa “albero del pero” e a prendere vita in una torrida estate portoghese del 1938.

“Dottor Pereira, (…) lei è in conflitto con se stesso in questa battaglia che si sta agitando nella sua anima”, viene detto al protagonista. La sua vita è destinata a mutare, a permettere che l’attaccamento morboso al passato, sia personale che letterario, lasci spazio ad un coinvolgimento nella storia di due giovani dalle grandi ambizioni. “Non so perché faccio tutto questo per lei, Monteiro Rossi”, dice Pereira. Non è mai chiaro, infatti, che cosa lo spinga. Ciò che è certo è che questa spinta è talmente potente da consentirgli, nelle ultime righe del romanzo, un’uscita di scena a dir poco memorabile.

“Sostiene Pereira” è un romanzo da leggere, un’opera “destinata a durare nel tempo”: sfido qualunque lettore, giunto alla fine del romanzo, a non sognare di bere una limonata fresca a Lisbona, comodamente seduto sulle seggiole del bar Orquidea.

Chiara

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