Nonostante dal 2016 in poi (anno in cui è uscita) più volte mi sia stato consigliato di guardare The Crown, avevo sempre declinato l’offerta, essendomi arroccata nel preconcetto che fosse una serie troppo “documentaristica”. Per fortuna però questa estate ho deciso di darle una possibilità e ho visto le prime tre stagioni, giusto in tempo per guardare la quarta, in uscita a novembre.
Dico “per fortuna” perchè ho trovato davvero un gioiello: le ambientazioni, gli abiti, i dialoghi e i caratteri dei personaggi sono pensati e curati nel dettaglio. E il risultato non può che essere un prodotto di altissima qualità. Forse la mia premonizione sul taglio documentaristico della serie non era del tutto errata, ma, a posteriori, non posso che considerarlo un pregio. Grazie a The Crown ho scoperto molti avvenimenti accaduti nella storia inglese della seconda metà del Novecento e ho conosciuto meglio i personaggi che l’hanno vissuta.
Il vero punto di forza di The Crown sono proprio i personaggi: così distanti, così british, ma al contempo così umani e amabili. Il pensiero che più spesso mi ha colto durante la visione può essere riassunto in un generico “non c’è proprio niente di bello ad essere regina.” Elizabeth passeggia per il meraviglioso Buckingham Palace (che in realtà nella serie è spesso sostituito dalla altrettanto stupenda Lancaster House), siede a banchetti luculliani e indossa abiti da favola, ma al contempo porta il peso di una intera famiglia, di un marito che forse la tradisce, di scelte difficilissime che deve prendere a nome di “the Queen”, mettendo a tacere il pensiero di Elizabeth, di questioni di fronte alle quali deve stare in silenzio. Una delle frasi che più mi hanno colpito esce dalle labbra della regina Mary (la madre di Elizabeth) e riassume al meglio il dramma di teoricamente potere tutto, ma di fatto non potere niente:
“Non fare niente è il lavoro più difficile di tutti ed è ciò che richiederà tutta la tua energia. Essere imparziali non è naturale, non è umano. La gente vorrà sempre vederti sorridere, annuire o aggrottare la fronte, ma non appena lo farai avrai dichiarato la tua posizione, il tuo punto di vista, e in quanto sovrana, questa è una cosa che non puoi permetterti di fare.“
Questa “gabbia della corona” influisce su tutte le vite dei nobili di palazzo: su Philip, che per sposare Elizabeth ed adeguarsi al ruolo di Duca di Edimburgo deve mettere da parte alcune sue passioni e alcuni lati del suo carattere; per Margaret, la sorella di Elizabeth che rinuncerà al suo grandissimo amore Peter Tausend perchè uomo già divorziato; al Principe Carlo, la cui passione per il teatro non troverà futuro.
La malinconica percezione che ho avuto nel corso delle tre stagioni è che con una corona nasce una regina ma muore una donna. L’ampiezza dell’esteriorità (grandi palazzi, grandi banchetti, grandi vestiti) si scontra con i limiti e il soffocamento imposti alla libertà, all’espressione e alla felicità personali.
The Crown offre una prospettiva unica: permette allo spettatore di entrare nell’intimo della vita di corte e conoscerne le luci e le ombre, ma al contempo mantiene anche uno sguardo ampio e realistico che si attiene alla storicità dei fatti e, facendolo, offre allo spettatore la possibilità di ampliare la sua cultura, anche in un momento di svago.
Ultimo ma non meno importante: consiglio di guardare la serie in inglese perchè l’accento british è musica e lo stridente accostamento con lo scozzese di un proprietario di castelli e l’americano di John Fitzgerald Kennedy è divertimento puro.
Giulia
