Essere l’altro

Un antidoto all’insopportabile “A Natale bisogna essere tutti più buoni”

“A Natale dobbiamo essere tutti più buoni”, si dice. Questa frase risulta talmente banale e inflazionata da aver perso completamente significato e da apparire quasi fastidiosa. Oggettivamente, quanti Ebenezer Scrooge si tramutano improvvisamente in miti e docili agnellini solo perché il 25 dicembre si avvicina? Nessuno. Se si riesce ad essere buoni a Natale, significa che lo si può essere anche in qualunque altro giorno dell’anno, e non ha senso parlare di celebrazione della bontà solo in questo contesto. Per questo, voglio proporvi una riflessione su un concetto (o, per meglio dire, su un modo di vivere le relazioni) che travalica il semplice essere buoni e generosi e che può essere applicato tutti i giorni, non solo a Natale: imparare a essere l’altro.

“Io sono l’altro” è il titolo di una bellissima canzone di Niccolò Fabi, che ci proietta in maniera cruda e impattante nei panni dell’altro, che rappresenta, appunto, un altro me, un altro te, un altro noi. L’altro è la nostra immagine riflessa nello specchio ed è così tanto diverso da noi da essere, in fondo, l’incarnazione di noi stessi, di ciò che avremmo potuto essere ma non siamo. Ci vuole una sensibilità estrema per capire profondamente il significato di tutto ciò, e per riuscire ad applicarlo nella vita di tutti i giorni. Se così fosse per tutti, il mondo che ne nascerebbe sarebbe composto esclusivamente da gesti e parole d’amore.

In quali errori, però, è facile incorrere?

Il primo, senza dubbio, è il non essere l’altro. Questo porta a invidiare o a sentirci superbi; a sentirci tremendamente sfortunati o, dall’altra parte, a crederci i migliori. Chi “non è l’altro” è solo sé stesso: si piange addosso o, al contrario, insegue i suoi sterili obiettivi facendo affidamento solo sul proprio pensiero perché, tanto, quello dell’altro non ha valore.

Il secondo errore, invece, è più sottile: è il diventare l’altro. Chi diventa l’altro è irrimediabilmente destinato a perdere sé stesso, la propria unicità: è chi pretende di essere di tutti e per tutti, e insegue milioni di “altro” tentando a ognuno di offrire il meglio di sé, finendo così per svuotarsi e per dare ad ognuno solo una briciola del proprio mondo e del proprio tempo. Chi diventa l’altro non riconosce più quali sono quegli “altro” che veramente fanno per lui, e che rispondono a quel suo bisogno di riconoscere il proprio volto in un volto diverso ma uguale, che lo rispecchi in maniera unica e profondissima.

Quali consigli, dunque, per apprendere ad essere l’altro?

Il primo è senza dubbio quello di riconoscere l’altro come un prodigio, come qualcosa di unico e pazzesco, di irripetibile e preziosissimo; l’altro è “un essere speciale”, a cui non far mai mancare cura, gentilezza e tenerezza.

Il secondo è l’essere disposti a cambiare il proprio cuore per l’altro, comprendendo innanzitutto quale 100% di noi possiamo dare a quella determinata persona: è corretto pensare di dare sempre il massimo in una relazione, è scorretto però credere che il massimo debba equivalersi per tutte le relazioni. Ogni relazione è come un “intero” in matematica: gli interi possono avere dimensioni diverse (basti pensare alla super torta di nozze o al piccolo tortino al cioccolato) ma devono essere tutti considerati come tali e mai frazionati, di modo da garantire che non stiamo dando all’altro solo una piccola percentuale di noi.

Un altro modo di cambiare il cuore per l’altro è quello di comprendere come ama l’altro e di accettare di essere amati proprio così. Questo aspetto, secondo me, è realmente essenziale, e pone il discrimine fra ciò che significa veramente essere l’altro e ciò che si configura come un plasmare l’altro. Sentirsi dire da qualcuno “non va bene il modo in cui mi dimostri affetto” è qualcosa di dolorosissimo, perché implica il fatto che questi non riconosca l’altrui specificità e non si sforzi, nemmeno per un istante, di provare davvero ad “essere l’altro”.

Infine, il quarto ed ultimo consiglio è quello di riconoscere il proprio pregiudizio verso l’altro e, in questo modo, cercare di controllarlo. Il pregiudizio in sé non è qualcosa di cattivo; lo diventa quando preclude una relazione, provoca pensieri di chiusura, fomenta la superbia. L’altro è sempre un’occasione preziosa per metterci in gioco, per scoprire qualcosa di nuovo, per riconoscere più profondamente noi stessi.

In riferimento a quest’ultima riflessione, desidero concludere con le parole di Martin Buber, filosofo, teologo e pedagogista, padre dell’idea secondo cui in principio non c’è l’individuo, ma la relazione: “Io divento io dicendo Tu”. E’ solo grazie all’altro che riconosciamo chi siamo, ed è solo “essendo l’altro” che diamo la possibilità all’altro di conoscersi in noi stessi.

Chiara

Lascia un commento