“Uomini e topi” di John Steinbeck

“Uomini e topi” mi è stato regalato a Natale; si trovava nella mia wishlist libresca da tempo, annoverato tra i romanzi brevi più belli della letteratura americana. E’ un libro davvero corto, e mi rimprovero di aver impiegato un mese per leggerlo, a causa del poco tempo dato dalla sessione d’esami universitaria: si tratta infatti, a mio parere, di una storia da leggere tutta d’un fiato e da gustare come se ci si trovasse davanti ad uno spettacolo teatrale.

E’ proprio con questa idea del copione teatrale che John Steinbeck scrive un libro con due soli protagonisti e pochi altri personaggi, ambientazioni circoscritte e dialoghi assai numerosi, che viene poi effettivamente messo in scena sia a Brodway che sul grande schermo. La tecnica narrativa usata da Steinbeck riprende quella del reportage: poche oggettive istantanee dalle quali il lettore è chiamato a trarre significato e a creare il proprio spazio interpretativo.

Vorrei saper spiegare a parole l’emozione che mi ha travolta durante questa lettura, ma non ne sono capace: posso dire, però, che “Uomini e topi” è una storia che non lascia indifferenti, proprio per i tratti di crudezza e limpidezza disarmanti con i quali viene magistralmente raccontata.

Lennie e George, i due diversi ma inseparabili compagni di ventura, non appaiono solo come personaggi di una storia, ma piuttosto come individui reali e tangibili, con le loro pulsioni e fragilità. Quello con Lennie, in particolare, è stato per me come un reale incontro: mi è sembrato di avere davvero a che fare con un uomo il cui modo di vedere e approcciare il mondo fosse incompatibile con quello degli altri, al punto da generare, nel finale, uno strappo irreparabile, impossibile da colmare anche per George, l’unico che sino a quel momento aveva cercato di farsi breccia nell’universo di una persona tanto diversa quanto speciale.

A fare da cornice a questa relazione dolcemente straziante è l’America assolata dei ranch, ai tempi della Grande Depressione, nella quale migrano orde di braccianti senza un soldo ma colmi di speranze. Questa contraddizione è quella che si ritrova anche nel titolo: “Uomini e topi”, oltre ad essere una citazione colta da un poeta scozzese, è un’espressione che affianca consapevolmente l’uomo, creatura pensante e senziente, con il topo, animale fra i più sporchi e reietti. Questa associazione viene più volte ripresa nella storia, con tratti anche tragicomici, che culminano poi in un finale crudo e sconcertante, che non ha potuto non strapparmi una lacrima.

Si tratta di una lettura che consiglio a tutti, ma che immagino possa non essere universalmente apprezzabile. Suggerisco di optare per la nuova traduzione di Michele Mari per Bompiani, che ho trovato ben riuscita e, da quanto mi è parso di capire leggendo altre recensioni, di gran lunga più accessibile rispetto all’originale di Cesare Pavese.

Buona lettura!

Chiara

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