“Colazione da Tiffany”: il libro è molto diverso dal film

In questo mese di luglio ho pensato di recuperare Colazione da Tiffany: mi sembrava impossibile arrivare a ventisei anni senza sapere nulla di una storia che, se non dal 1958, quando è uscito il romanzo di Truman Capote, almeno dal 1961, quando è uscito il film con Audrey Hepburn, ha incantato numerose generazioni.

Ecco, è proprio l’inganno di questo “incanto” (supposto per via della fama di film romantico che la pellicola porta con sé) che mi ha convinta a pensare che Colazione da Tiffany sarebbe stata una lettura leggera, perfetta per l’estate. In realtà, inaspettatamente, questo breve romanzo di un centinaio di pagine è tutt’altro che sentimentale o superficiale.

Per essere sicura di non aver letto il libro sbagliato, ho deciso dunque di vedere anche il film, e ho scoperto in effetti che, pur raccontando la stessa storia, la pellicola si discosta decisamente dal romanzo, e fa assumere alla vicenda dei contorni romantici e un commovente lieto fine che nel libro non esistono affatto.

Per chi non lo sapesse, Colazione da Tiffany racconta di Holly Golightly, una ventenne (o forse neanche: non ricordo di preciso) newyorkese, arrivata dal sud, “attrice cinematografica mancata, generosa con tutti, (…) eterna bambina chiassosa e scanzonata”, che sogna una vita da mantenuta inseguendo uomini ricchi che molto spesso si rivelano, a suo dire, “vermi”, “grandi, grandissimi, vermi”. Holly ama entrare da Tiffany (o anche solo far colazione davanti alle sue vetrine), sognando di potersi permettere gioielli da capogiro (anche se a suo dire i brillanti rischierebbero di invecchiarla), e spesso ci si reca anche solo per tranquillizzarsi nei suoi momenti di crisi, di “paturnie” (“quei giorni che ti prende la strizza”, in cui “hai paura e sudi come se fossi in una sauna, ma non sai di cos’hai paura”: “quello che ho scoperto che mi fa più bene è, semplicemente, prendere un taxi e andare da Tiffany. Mi calmano di botto, il silenzio e la sua aria superba; là non potrebbe mai capitarti qualcosa di brutto”).

Emergono già qui due grandi differenze fra libro e film: innanzitutto, nel libro (e così come dichiarato da Truman Capote) Holly appare come una ragazza affascinante, seduttrice, bionda e formosa, un po’ alla Marylin Monroe; nel film, invece, l’eleganza e lo charme di Audrey Hepburn trasformano la protagonista in una raffinata e smaliziata “Lolita un po’ cresciuta”. Nel libro, oltretutto, il vero protagonista è il narratore, Paul Varjak, con cui Holly intrattiene nel corso della storia una profonda amicizia che, a differenza del film, non ha nulla a che fare con l’amore inteso in senso romantico.

In entrambe le versioni emergono bene i substrati psicologici che il personaggio di Holly cela, in parte dovuti a un’infanzia difficile e alla sua paura ancestrale di rimanere ingabbiata, anche se sembra davvero passare in sordina il fatto che la ragazza sia stata, a tutti gli effetti, una sposa bambina (specialmente nel film, il personaggio di Paul non sembra nemmeno un po’ sconvolto!). Anche il ruolo fondamentale del gatto di Holly come alter ego della sua persona e come specchio del suo modo di vivere le relazioni è reso in modo soddisfacente sia nel libro che nel film.

Nel film vengono aggiunti personaggi che nel libro non ci sono (come ad esempio la ricca donna che mantiene Paul) e altri vengono tolti o resi più contenuti, ma questo, a mio parere, non intacca eccessivamente il senso della storia. Quello che invece modifica completamente la lettura fornita da Truman Capote è il finale. Capote, infatti, costruendo dei parallelismi con la propria autobiografia (basti pensare che il vero nome di Holly è Lula Mae e che il nome di sua madre, morta suicida a quarantanove anni sola e alcolizzata, disprezzata a tratti e forse anche ammirata dal figlio per la sua vaghezza e irresponsabilità, era Lilli Mae) e iniziando a porre le radici di un modo di scrivere se non giornalistico perlomeno verosimile che lo porterà, nel 1966, a pubblicare A sangue freddo (“romanzo verità”, sua opera più famosa), ha pensato a un finale realistico e coerente con il personaggio costruito fino a quel momento: Holly parte per il Brasile, abbandona il gatto (premurandosi al massimo di chiedere a Paul di assicurarsi che stia bene), e scompare per sempre, senonché viene forse avvistata in modi mirabolanti nel continente africano.

A questo finale verosimile ma anche brutale, si oppone il finale sdolcinato del film, in cui Holly comprende che una relazione romantica e una vita di coppia non sono per forza sinonimo di ingabbiamento e costrizione, fa dietrofront, recupera il suo amato gatto e bacia appassionatamente Paul sotto la pioggia.

Personalmente, faccio fatica a scegliere quale delle due versioni è la mia preferita: la seconda rispecchia certamente di più l’idea del finale da favola cui siamo stati abituati sin da bambini e che ci porta a credere che la felicità sia raggiungibile essenzialmente con la stabilità data da un luogo e da una relazione di coppia, ma è anche coerente con lo sviluppo cinematografico del rapporto fra Paul e Holly, che si configura come un amore profondo, comprensivo, ma anche sincero, spassoso e spontaneo. La prima versione, invece, rende più giustizia alla vera Holly, quella pensata e creata da Truman Capote come ragazza libera da ogni schema, impregnata di fragilità ma allo stesso tempo estremamente sicura di sé, incastonata in una giovinezza senza tempo e senza luogo.

Chiara

2 pensieri riguardo ““Colazione da Tiffany”: il libro è molto diverso dal film

Scrivi una risposta a Lara Ferri Cancella risposta