Oppenheimer

https://www.universalpictures.it/micro/oppenheimer

A due settimane dall’uscita in Italia di Oppenheimer, sono finalmente riuscita a organizzarmi con degli amici per poterlo vedere al cinema Arcadia di Melzo (MI), la cui sala Energia consente la visione con pellicola da 70 mm, quella consigliata dal regista Christopher Nolan per un’esperienza davvero immersiva e totalizzante. Tanti dei miei conoscenti si sono mostrati scettici riguardo la scelta di fare un’ora e più di macchina per andare al cinema: dopotutto, Oppenheimer è un film lungo, costituito perlopiù da dialoghi, senza particolari effetti speciali. Invece, a mio parere, la scelta è stata azzeccatissima: da una parte, è proprio la possibilità di vederlo in una sala come Energia che rende l’esperienza dell’assistere ai dialoghi realmente avvolgente, motivante e appassionante, quasi come se ci si trovasse sulla scena insieme agli attori; dall’altra parte, le potenzialità di uno schermo e di un impianto audio come quello hanno reso davvero profondamente toccanti e quasi sconvolgenti le numerosissime scene in cui gli effetti sonori e le musiche facevano da protagonisti.

Direi quindi che le 3 ore di film scorrono lisce, lasciando lo spettatore incollato allo schermo: il merito è senza dubbio della sceneggiatura, nonché della bravura di un cast veramente d’eccezione, ma soprattutto delle scelte registiche, che si traducono in una tessitura impeccabile fra fotografia e sonoro e in un incastro studiato e di non troppa difficile comprensione (al contrario di altri film di Nolan, mi dicono) fra piani temporali differenti. Tutto ciò, però, come già detto, funziona sicuramente di più al cinema (e sicuramente di più in pellicola da 70mm) che in altri contesti.

Oppenheimer, come s’intende già dal titolo, non è tanto un film sugli Stati Uniti, sulla seconda guerra mondiale o sulla bomba atomica: è piuttosto un film biografico su J. Robert Oppenheimer (1904-1967), fisico statunitense e direttore del progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica, interpretato da Cillian Murphy. La storia comincia dagli anni dei suoi studi universitari e termina con la fase più buia della sua vita, in seguito all’udienza di sicurezza del 1954 e alle diverse accuse di filocomunismo che gli furono mosse durante gli anni della guerra fredda. Questo fa capire che la vicenda della bomba occupa sì una parte fondamentale del film dal punto di vista tematico, ma non tanto dal punto di vista temporale, perché almeno metà della storia è dedicata alla formazione di Oppenheimer prima del progetto Manhattan e ai processi che hanno riguardato lui e altri personaggi in seguito alla fine della seconda guerra mondiale. Oltretutto, bisogna ricordare che il fisico non assisté personalmente ai lanci delle bombe su Hiroshima e Nagasaki, e contribuì solo parzialmente ai disegni bellici di quegli anni, e ciò si traduce in una parziale marginalità di questi nuclei tematici all’interno della pellicola.

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Di cosa parla, quindi, questo film? In sostanza, del contrasto fra la potenzialità creativa offerta dalle nuove frontiere della fisica quantistica (in opposizione con la fisica classica) e i suoi risvolti morali, e della responsabilità di coloro che si fanno “prometei” dell’era moderna, accettando di rivelare anche le ombre delle proprie scoperte (“Non tutti sono pronti a vedere il serpente sotto la pietra”) e di divenire carnefici di quella stessa umanità che si sta cercando di far progredire (“Adesso sono diventato Morte, distruttore di mondi”).

Alcune delle scene più belle sono quelle in cui Oppenheimer sembra avere visioni sulla complessità del funzionamento della realtà, in cui particelle, energia, luce e atomi si fondono in danze vorticose e affascinanti. Queste immagini, che sottolineano il genio del protagonista, capace di vedere la fisica tanto da plasmarla “in potenza” nella propria mente, trovano la propria realizzazione “in atto” nelle sequenze sbalorditive dell’esplosione della bomba del Trinity Test, la prima detonazione di prova di un ordigno atomico.

E’ molto interessante il modo in cui il contrasto fra fisica classica (affidabile, innocua, ingenua) e la fisica quantistica (paradossale, inesplorata e potenzialmente pericolosa) viene reso attraverso gli incontri fra Einstein, rappresentante della prima, e Oppenheimer, rappresentante della seconda. Einstein, tanto geniale quanto avveduto, rappresentato un po’ come un vecchio saggio, mette in guardia Oppenheimer, e la profondità drammatica del loro dialogo vicino al lago funge da finale circolare, capace di condurre lo spettatore a una rilettura significativa dell’intera storia.

 

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Infine, appaiono molto riuscite le scene in cui il protagonista, dopo i lanci delle bombe su Hiroshima e Nagasaki, comincia a contemplare seriamente gli effetti catastrofici della propria invenzione, riconoscendosi nel “distruttore di mondi”. Mentre i discorsi che fa alla folla si svuotano da ogni significato, proprio perché parlare alla gente comune significa privare l’oggetto “bomba atomica” di qualsiasi fascino scientifico (il quale, secondo la mia interpretazione, rappresenta la ragione più profonda per cui il fisico, insieme al resto degli scienziati, ha proseguito in questa folle impresa, accecato da una sorta di delirio di onnipotenza), si palesano davanti a suoi occhi visioni di persone morte e sofferenti, colpite dagli effetti della catastrofe.

In conclusione, Oppenheimer è un film che vale la pena vedere, sia per la qualità della pellicola sia per la storia narrata. A mio parere, però, servirebbero probabilmente almeno due visioni per poterne comprendere tutti i dettagli della trama e per memorizzare i nomi e i ruoli dei numerosissimi personaggi: perciò, per quanto mi riguarda, contemplerò sicuramente la possibilità di un utilissimo rewatch.

Buona visione!

Chiara

2 pensieri riguardo “Oppenheimer

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