Anora è un film del 2024 prodotto negli Stati Uniti che ha ricevuto sei candidature agli Oscar 2024, tra cui come miglior film.
La pellicola racconta un periodo molto breve della vita di Ani, soprannome americanizzato con cui Anora – di discendenza uzbeka – preferisce presentarsi: una stripper di un locale di New York che una sera mentre lavora incontra Ivan, un immaturo ventenne figlio di un magnate russo.
Dopo la serata passata insieme, Ivan chiede ad Ani di rivedersi e, in seguito, di passare con lui una settimana fingendosi la sua fidanzata, in cambio di un cospicuo pagamento.
Dopo sette giorni di feste e sregolatezze vissute insieme a Las Vegas, il ragazzo propone a Ani di sposarla e lei, dopo un primo sgomento, accetta.
Il matrimonio prosegue felicemente per alcuni giorni, in una bolla di lusso, sesso e ricchezza che porta Ani a rinnegare e allontanarsi dal mondo proletario che aveva conosciuto fino a quel momento.
L’idillio si interrompe nel momento in cui i genitori di Ivan scoprono delle nozze del figlio e mandano tre assistenti a ritrovare gli sposi e annullare il matrimonio.
Inizia così la seconda, più lunga, sequenza del film: una disperata, grottesca, ironico-demenziale ricerca prima della coppia e poi dello sposo, che fugge da solo, lasciando Ani in una paradossale situazione che la porta a passare contro la sua volontà dalla parte degli inseguitori.
Anora è un film che mi ha lasciata inizialmente scettica e perplessa, con pensieri e sensazioni contrastanti.
All’apparenza è un film abbastanza lineare, con pochi personaggi e poche dinamiche: una prima sequenza di conoscenza tra i due sposini, una lunghissima sequenza centrale di inseguimento, una breve sequenza finale che – in maniera in parte inaspettata – chiude il cerchio della narrazione.
Riflettendo meglio e guardando alla pellicola con uno sguardo più approfondito, ho però notato dettagli che a prima vista – a mio avviso intenzionalmente – non sono immediati. Innanzitutto, è molto interessante la tripartizione netta della pellicola, che si delinea in tre stili cinematografici diversi. La prima parte, di feste e sregolatezze, appare quasi come un videoclip musicale, con luci e colonna sonora cangianti e avvolgenti; la sequenza intermedia è lunghissima, tragicomica e intenzionalmente demenziale, lasciando lo spettatore in uno stato a metà tra il divertimento e il disagio; la conclusione, infine, è solo apparentemente romantica, ma in realtà profondamente drammatica e deterministica.
Mi ha inoltre colpito molto la caratterizzazione dei personaggi. All’apparenza non sono approfonditi, ma rappresentano piuttosto delle “maschere” di realtà: il magnate, la vittima, lo scagnozzo, l’irresponsabile. In realtà, a uno sguardo più attento, è solo la classe ricca a fermarsi a questa superficialità, restando niente più che caricatura di sé stessa. Al contrario, Anora e i tre uomini mandati a ritrovare gli sposi offrono uno spaccato molto profondo sulle vite della classe lavoratrice, in cui i tre “cattivi” non sono in realtà antagonisti, ma sono tre uomini che stanno cercando di fare il loro lavoro (in un modo pur sempre estremo e grottesco) e Anora stessa non è che una ragazza che ha sempre dovuto contare solo su di sé e, di fronte a una speranza di un futuro migliore, ha voluto fidarsi.
Mentre per Ivan e la sua famiglia tutto ciò che accade è poco più di una disavventura, per Anora è un disturbante presagio di come la sua vita sia un cerchio: chi è ricco può sbagliare senza conseguenze, chi è povero – fidandosi – si ritrova al punto di partenza, con più ferite.
Insomma, Anora è un film che ci inganna quando ci viene presentato come “commedia”. È in realtà molto di più: un film che, tramite un’apparente leggerezza e demenzialità in realtà molto studiata, rivela uno sguardo molto drammatico sulla vita, in cui l’unico sollievo può essere trovato nell’affidarsi a chi vive la stessa vita, e può quindi capire ed accogliere senza giudizio.
Giulia
