Il maestro che promise il mare

Il maestro che promise il mare è un film del 2023, diretto da Patricia Font e ispirato a un romanzo di Francesc Escribano, che racconta la storia vera di Antoni Benaiges, un maestro che insegnò nel piccolo paesino spagnolo di Bañuelos de Bureba nel 1936, all’inizio della guerra civile.

La recensione di oggi sarà diversa dal solito perché Il maestro che promise il mare non è un bel film. Ha tanti difetti, strutturali, di trama, di recitazione. E proprio per questo ero in dubbio se parlarne o meno. Ha però anche una grande valore, cioè di dare luce a una vita – e tante vite – che sono state condannate all’oblio, allo svilimento e alla censura.

Il racconto si sviluppa su due linee temporali: nel passato vediamo Antoni arrivare a Bañuelos de Bureba e piano piano ambientarsi, suscitando l’affezione degli alunni e l’ostilità degli adulti per via delle sue idee apertamente di sinistra; nel presente una giovane di nome Arianna cerca nelle fosse comuni di La Pedraja i resti del suo bisnonno, ex alunno di Antoni.

In questa bipartizione cominciano ad emergere i difetti del film: se la parte sul passato scorre bene e solo sul finale perde il ritmo della narrazione e si conclude con una sorta di “implosione” narrativa, la storia presente occupa un tempo eccessivamente lungo per le informazioni di trama che deve veicolare e presenta un personaggio principale – Arianna – apatico per motivi non spiegati, bidimensionale e distante.

Al contrario, le scene nel passato che ci raccontano l’arrivo e le giornate di Antoni sono coinvolgenti e appassionanti. Uomo dalla mentalità aperta e curiosa, con una forte passione per l’insegnamento e la pedagogia, desideroso di guidare i suoi alunni verso una visione più ampia della formazione, che non si riduca all’apprendimento di nozioni ma alla possibilità di scoprire il mondo e, sperimentando, anche le proprie passione e la propria vocazione professionale e personale.

Proprio in queste scene viene dato spazio a uno di quelli che ritengo i punti forti di questo film: un appassionato racconto di una pedagogia alternativa, basata sul metodo naturale del pedagogista francese Célestin Freinet, che propone  la vita reale come riferimento nell’impostazione dell’attività didattica, sempre attenta ai bisogni e alle inclinazioni dei bambini.
Proprio in questa prospettiva, Benaiges invita i suoi alunni a realizzare dei quaderni collettivi sui temi più disparati, che diventano spunto per impostare le lezioni. Tra questi, il più importante e che dà il titolo alla pellicola, un quaderno sul mare, mai visto e tanto sognato dai piccoli alunni.
La promessa di poterlo vedere di persona viene però infranta dall’arresto di Benaiges, che viene denunciato per le sue idee rivoluzionarie, “rosse” e acattoliche. Di fronte a una comunità che si nasconde e lo consegna per paura nelle mani dei falangisti, la cattedra rimane vuota e, come essa, i cuori degli studenti, che soffriranno quest’assenza per il resto della loro vita.

Come anticipavo, Il maestro che promise il mare è un film con tanti difetti; tra essi anche il finale affrettato, che strozza la narrazione e la costruzione del personaggio di Benaiges in un collo di bottiglia frettoloso e improvviso.

Tuttavia, pur in questi limiti, riesce a restituire dignità e memoria a un uomo, e insieme a lui tanti altri (135 solo quelli ritrovati nelle fosse comuni di La Pedraja), che sono stati uccisi ingiustamente e condannati all’oblio.
Con uno stile semplice e accessibile, che non pretende di raggiungere virtuosismi o complessità estreme, Il maestro che promise il mare racconta una faccia della storia che spesso non viene trattata e ricordata e, nel farlo, non dà importanza solo a come uno è morto – che è comunque importante ricordare e celebrare – ma soprattutto come ha vissuto, portando speranza e apertura.

Giulia

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