“Ti ho dato tutto, forse troppo.”
Questa la frase che ha attirato la mia attenzione quando, durante un’uggiosa mattinata universitaria, stanca di sentire parlare di foni e fonemi, ho cercato ristoro nel meraviglioso mondo di Pinterest.
Due parole mi hanno colpita e risvegliata da quel torpore che solo le aule affollate abbinate a una felpa comoda sanno dare: “tutto” e “troppo”.
Se l’autore dell’aforisma sapesse che le sue parole hanno suscitato contorti ragionamenti filosofici e non struggimento emotivo probabilmente sceglierebbe di cambiare lavoro, ma resta il fatto che quella frase ha stuzzicato la mia mente attorno ad una questione: “tutto” è più o meno di “troppo”?
Dopo lunghe riflessioni e dopo aver tormentato i miei amici chiedendo loro opinioni su un argomento che ovviamente non ritenevano interessante, sono giunta a queste conclusioni. Si potrebbe facilmente dire che il tutto sia più del troppo. Questo per il semplice fatto che il tutto è già, per propria natura, la totalità: se una torta è intera, non posso aggiungerci una fetta “di troppo”.
D’altra parte è impossibile negare che l’aforisma fonte di questa riflessione sembra affermare il contrario: per l’autore l’aver dato troppo supera le possibilità di tutto ciò che poteva donare.
Dunque? Dunque la mia conclusione si basa sull’arrendersi alla dura realtà: “tutto” e “troppo” sono due valori non equiparabili. Il tutto è infatti un valore oggettivo, mentre il troppo è soggettivo. Tenendo la metafora culinaria, per me potrebbe essere troppa anche una sola fetta di torta, così come, dopo averla mangiata tutta, potrei dire che non era abbastanza. Allo stesso modo potrei avere amato poco e con egoismo, percependo però che quel sentimento andava oltre la totalità della mie possibilità, oppure potrei avere dato tutta me stessa, senza che ciò fosse troppo per me.
Probabilmente a conti fatti questa riflessione è servita a poco, se non a far perdere a me la lezione sui fonemi e a voi qualche minuto di lettura. Eppure non credo di escludere simili ragionamenti dalle mie occupazioni future, perché, come mi ha insegnato uno dei migliori prof che abbia mai incontrato, una riflessione è innanzitutto una ri-flessione, un fermare il flusso inarrestabile delle nostre giornate e prenderci del tempo per fletterci su noi stessi, per scoprirci, per conoscerci e, aggiungo io, per sfuggire all’uggiosità di certe mattinate universitarie.
Onde evitare livelli di elucubrazione stellari, credo che l’articolo possa concludersi qui: ho sicuramente detto tutto (o forse troppo?).
Giulia

“Ti ho dato tutto, forse troppo”. La questione è dare sè stessi e giocarsi nella propria esistenza: nelle relazioni, negli impegni, nei sogni, nel lavoro, in università. Due persone che si amano – se è vero l’amore – difficilmente riuscirebbero a quantificare il loro amore; così due amici, così il rapporto in famiglia, perché se c’è una cosa che dovrebbe caratterizzare le nostre relazioni è la gratuità. “Ti ho dato tutto, forse troppo” è una frase che dovrebbe prendere lo slancio di una vita in cammino, in movimento, una vita che non assolutizza i rapporti, ma li vede come slancio verso una libertà matura, li vede come un essere chiamati a custodire l’altro. Si, c’è contraddizione tra “tutto” e “troppo” e condivido il pensiero. Forse il segreto per andare oltre questa citazione è poter dire: “Continuo a giocarmi nella mia vita, dando tutto me stesso”
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Apprezzo e condivido il tuo commento, sicuramente ricco di spunti! Hai proprio ragione nel dire che nella gratuità non c’è misura. E credo che un amore di questo tipo (puro, sincero e senza distorsioni) per sua stessa natura non possa mai sentirsi ferito o impoverito nel suo stesso darsi! Un abbraccio
Giulia
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