“Desiderio di cose leggere” di Antonia Pozzi

Processed with VSCO with  presetDesiderio di cose leggere è una delle più recenti antologie di poesie scelte di Antonia Pozzi, inserita nella collana Salani Editore intitolata “Poesie per giovani innamorati”, la quale raccoglie altri coloratissimi volumi fra i quali spiccano mirabili autori come Leopardi, Dickinson, Prévert, Neruda e Merini.

Il titolo dell’antologia riprende il primo verso di un celebre componimento della giovane scrittrice, ma allo stesso tempo ne riassume efficacemente la poetica. Quella di Antonia è una parola anelante, tesa ad un oltre che significa sia speranza che disperazione; allo stesso tempo, è una “voce leggera, pochissimo bisognosa di appoggi” che “tende a bruciare le sillabe nello spazio bianco della pagina”, come sottolinea Montale, che la definisce inoltre “anima di eccezionale purezza e sensibilità”.

Le poesie, pubblicate postume, sono state composte in giovanissima età: le prime scritte a diciassette anni, le ultime a ventisei, poco prima del suo suicidio, avvenuto il 3 dicembre 1938. Antonia era nata a Milano, e aveva frequentato il liceo classico Manzoni e poi l’Università Statale. Era una ragazza colta, molto timida, allo stesso tempo sportiva e viaggiatrice, dotata di una passione senza confini per la natura e per le periferie dimenticate, ma anche per il proprio e altrui mondo interiore.

Ciò che più colpisce è la semplicità disarmante di alcuni componimenti che evidenziano la meraviglia dei fenomeni naturali e della bellezza del creato. Sono poesie che si potrebbero leggere ai bambini, che si troverebbero accordati nella loro ingenuità alla voce sommessa e veritiera della scrittrice.

Il 1° aprile 1931, Antonia scrisse: Batte la luna soavemente/ di là dai vetri/ sul mio vaso di primule:/ senza vederla la penso/ come una grande primula anch’essa,/ stupita,/ sola,/ nel prato azzurro del cielo. 

Un altro filone tematico riguarda la tensione profonda verso il mondo maschile, concretizzata da alcune tormentate esperienze amorose (la prima con il professore di greco del liceo), da alcune significative amicizie (come quella col grande Vittorio Sereni) e dal contrastato rapporto con gli intellettuali dell’epoca.

Una stupenda poesia, intitolata Bellezza, recita queste parole: Ti do me stessa,/ le mie notti insonni,/ i lunghi sorsi/ di cielo e di stelle – bevuti/ sulle montagne,/ la brezza dei mari percorsi/ verso albe remote.// Ti do me stessa,/ il sole vergine dei miei mattini/ su favolose rive/ tra superstiti colonne/ e ulivi e spighe.// Ti do me stessa,/ i meriggi/ sul ciglio delle cascate,/ i tramonti/ ai piedi delle statue, sulle colline,/ fra tronchi di cipressi animati/ di nidi -// E tu accogli la mia meraviglia/ di creatura,/ il mio tremito di stelo/ vivo nel cerchio/ degli orizzonti,/ piegato al vento/ limpido – della bellezza:/ e tu lascia ch’io guardi questi occhi/ che Dio ti ha dati,/ così densi di cielo -/ profondi come secoli di luce/ inabissati di là/ delle vette – 

Rivelazione, invece, lascia emergere l’incertezza del contatto d’amore: C’erano tutte le luci accese,/ tutte le porte aperte,/ nella mia casa ricca, fredda/ e noi due c’eravamo/ a toccarci per la prima volta/ con mani cieche/ e nel vuoto le nostre labbra/ ignare, inerti,/ congiunte. 

In alcune poesie emergono, lontani, degli echi di morte, come se la consapevolezza del tramonto dell’esistenza fosse per lei essenza sostanziale della vita stessa. Elisa Ruotolo, in un commento ad un’altra antologia pubblicata recentemente da Interno Poesia Editore, scrive: “Antonia scelse di essere irragionevole, di non restare in riva alla vita, ma di sconfinare nell’illecito diventando per sempre una scheggia conficcata nel cuore dell’azzurro, nel ventre di quel cielo che restò sempre lontano”. Certamente un atto tanto disperato sottintende una lucidissima percezione di sé (“anima palpitante, ridente, nostalgica e appassionata”, scrisse di sé) nell’arco della presenza concessa all’uomo sulla terra. Proprio questa consapevolezza emerge in Canto di nudità, prezioso inno ad una femminilità meravigliosamente fragile, che vorrei consegnare in chiusura.

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto/ languore della mia capigliatura/ alla tensione snella del mio piede,/ io sono tutta una magrezza acerba/ inguainata in un color d’avorio./ Guarda: pallida è la carne mia./ Si direbbe che il sangue non vi scorra./ Rosso non ne traspare. Solo un languido/ palpito azzurro sfuma in mezzo al petto./ Vedi come incavato ho il ventre. Incerta/ è la curva dei fianchi, ma i ginocchi/ e le caviglie e tutte le giunture,/ ho scarne e salde come un puro sangue./ Oggi, m’inarco nuda, nel nitore del bagno bianco e m’inarcherò nuda/ domani sopra un letto, se qualcuno/ mi prenderà. E un giorno nuda, sola,/ stesa supina sotto troppa terra,/ starò, quando la morte avrà chiamato.

Chiara

2 pensieri riguardo ““Desiderio di cose leggere” di Antonia Pozzi

Scrivi una risposta a apefuribondablog Cancella risposta