
Fiumi di parole sono già stati scritti su questa serie TV Netflix che ha fatto breccia nei cuori di moltissimi spettatori e io, come spesso accade, arrivo un po’ tardi a parlarne.
Credo però che l’aver aspettato a scriverne, oltre allo svantaggio di “non fare notizia”, mi dia anche un vantaggio, cioè la possibilità di aver sviluppato uno sguardo più neutro sulla serie e di saperne vedere anche i (pochi) punti critici, oltre l’apparente perfezione della scenografia e della trama.
La serie racconta la vita di Beth Harmon, un’orfana che sin dall’infanzia scopre il suo talento per gli scacchi e lo coltiva negli anni, spesso come suo unico motivo di esistere. La sua passione, infatti, è spesso al limite con l’ossessione ed è l’unica presenza costante in una vita di abbandoni, instabilità, sofferenza e cambiamenti radicali.
Nel corso delle 7 puntate vediamo Beth crescere in fretta e passare da bimba in orfanotrofio, a figlia in una famiglia adottiva a donna indipendente e purtroppo anche molto sola. Solitudine a tratti volontaria, perché molte sono le persone che le offrono presenza e aiuto ma vengono rifiutate da una personalità a cui la vita ha insegnato a non poter contare mai su nessuno.
La caratterizzazione psicologica della protagonista è sicuramente uno dei punti forti della serie: il carattere di Beth si delinea chiaramente agli occhi dello spettatore nel corso delle puntate e si struttura su un binomio apparentemente ossimorico: determinazione e fragilità. Elizabeth è determinata e persegue i suoi obiettivi senza farsi frenare da nessuno, se non da sè stessa. Sono infatti proprio i suoi fantasmi irrisolti ad essere il suo più grande nemico ed ostacolo. Dipendenze e crolli emotivi ricorrono ciclicamente nella vita di una persona che ha scelto di non fare affidamento su nessuno.
Riguardo a questo aspetto ho notato la vera criticità di questa serie a cui accennavo all’inizio dell’articolo: Beth vive crisi psicologiche e si riprende, cade in dipendenze profonde e si risolleva, e il tutto accade nel giro di pochi giorni o settimane (o così per lo meno appare da come viene narrata la linea temporale degli eventi) rendendo il personaggio meno credibile. Questo difetto della rappresentazione rovina parzialmente l’esperienza di fruizione perché crea un senso di straniamento nello spettatore e rompe la magia di sentirsi perfettamente all’interno della narrazione.
Nonostante questa imperfezione, spiegabile forse dalla necessità di consensare molti anni di vita in soli 7 episodi, ritengo questa serie un vero gioiellino: la trama è coinvolgente e porta ad affezionarsi subito a Beth, le ambientazioni e gli abiti sono incantevoli e curati nel dettaglio e il matematico mondo degli scacchi è reso più alla portata di tutti.
Fun Fact: ho letto una notizia che diceva che dopo l’uscita della serie la vendita di scacchiere e le ricerche relative a questo gioco sono cresciute in modo esponenziale! Una serie che lascia davvero il segno.
Giulia
